Lynda Benglis, Nutty Romance, 2025. Installation view, Thomas Brambilla Gallery, Bergamo
Sono di Cavalier Marino, poeta barocco del XVII secolo, le parole – «Del poeta il fin la meraviglia» – che meglio catturano l’essenza dell’opera di Lynda Benglis, artista americana che da parecchi anni lavora con la galleria di Thomas Brambilla. Nel 2016 la prima mostra, Benglis and the Baroque, poi una serie di mostre collettive, e oggi, a distanza di 9 anni, la seconda personale intitolata Nutty Romance.
«Credo assolutamente che l’arte sia un dialogo aperto e che non sia logica. Non ha sempre senso» sentenzia l’artista che fin dagli anni ’60 si confronta con la fisicità e con il processo delle pratiche basate sui materiali, affrontando contemporaneamente la femminilità nel contesto di un mondo dell’arte dominato dagli uomini. Senza mai limitarsi a un solo mezzo o una sola tecnica, Benglis sfida, con le sue opere, tutte le convenzioni possibili, riuscendo anche a evocare un senso di movimento congelato – «the frozen gesture», come lei lo definisce – catturando momenti di pura energia, movimenti d’animo straordinari.
Twin Cable, in rosso travertino e onice, apre Nutty Romance, stupendo – frontalmente, rispetto all’ingresso – lo spettatore che in un baleno di energia viene travolto da un trionfo di forme e di cromie: bianco Carrara, come Untitled I, sulla sinistra; bianco ghiaccio, come Gone Gone, sulla destra; grigio, come Electrical Wrap, di nuovo a sinistra; verde Guatemala, come Untitled II (Wing), ancora a destra; giallo Napoli, come Smiley Child a sinistra e rosso di Francia, ancora, lungo il percorso espositivo. Sulla destra. La selezione esposta conta ben 15 opere, tutte realizzate per questa occasione e tutte realizzate a Carrara, e tutte testimoni della volontà d Benglis proseguire il dialogo avviato nel 2016 proponendosi di creare un legame di continuità tra il suo linguaggio artistico e la ricca tradizione dell’arte barocca italiana.
Una diversa dall’altra, queste sculture, animate da un prodigioso scontro di forze che origina forme stupefacenti, affascinano, provocano e sorprendono restituendoci un’impressione di meraviglia, ovvero che una materia come il marmo, pregiata e delicata, resistente e secolare, sia stata piegata per assumere certe forme. Non è un caso la scelta del verbo piegare: Gilles Deleuze infatti, dedicandosi allo studio dei più diversi aspetti della cultura barocca, utilizzò la metafora della piega per cercare di definire il costituirsi dell’anima e dell’esperienza moderna. La superficie marmorea sembra modellata da gesti trasformativi, le pieghe sembrano mosse da forze plastiche ed elastiche che determinano la forma e la profondità e che la luce rivela e fa vibrare.
Nella piega, che certo ha sempre caratterizzato l’arte ma caratteristico del Barocco era replicarla all’infinito, e nell’incessante stratificarsi delle pieghe, Benglis crea composizioni visive, rapporti geometrici, accordi che si offrono a una fruizione contemplativa e immobile che alimenta un’esperienza estatica. Nella piega si spiega, si dispiega e si rispiega il fin della meraviglia di Benglis.
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