Dalton Gata, Dressed to Leave This World. Courtesy Peres Projects. Photo. Credits: t-space studio IG: @t_space_studio
Dressed to Leave This World. Vestirsi per lasciare questo mondo, come fosse il nostro ultimo giorno. Un titolo curioso, particolarmente azzeccato, se pensiamo che sarà anche l’ultima mostra ospitata dalla galleria. Peres Projects chiuderà oggi, 20 dicembre 2024, la sua sede di Milano – e non si hanno ancora notizie sul quando e sul dove riaprirà. Solo nel 2022 Javier Perés, fondatore della galleria, inaugurava lo spazio meneghino nel cuore della città, nello storico Palazzo Belgioioso (prendendo allora il posto di MASSIMODECARLO), aggiungendola alle sedi già esistenti a Berlino e nel 2023 a Seoul.
L’addio (più o meno momentaneo, lo scopriremo) alla città di Milano è avvenuto dunque con Dressed to Leave This World, la prima mostra di Dalton Gata (1977, Santiago de Cuba, CU) nella sede milanese della galleria Peres Projects, in scena fino a venerdì 20 dicembre, ma già esposto a Berlino nel 2020 e poi nel 2022. L’artista ci ha accolti in galleria con i suoi ritratti dalle atmosfere oniriche, le sue grandi tele, con ampie distese verdi desolate, sconfinati orizzonti marittimi, e ancora chiuse e spoglie stanze abitate solo dai suoi colorati ed eccentrici personaggi. Rappresentano un rito di transazione, un rituale. È il nostro ultimo giorno su questo mondo, cosa c’è da perdere? Di cosa si può aver paura a questo punto? Ed ecco che le figure di Gata, sospese tra due mondi, affermano il loro Io attraverso accessori e abiti sgargianti (ricordiamo che l’artista è anche fashion designer, e si può notare la cura di ogni dettaglio negli abiti e accessori).
Diventando simbolo di autonomia e resilienza, le figure di Gata riflettono la fluidità dell’identità, ma anche della sua fragilità. L’abbigliamento assume un ruolo importante sia come armatura contro i pregiudizi della società, e al tempo stesso come espressione per chi sfugge alle convenzioni sociali. Anche l’anatomia è in sfida con i confini dell’identità: Gata ci presenta con molta eleganza un centauro con bizzarri occhiali da sole e un animaletto a metà tra un topo e un gatto. Creature surreali in bilico tra mito e realtà sono sempre state ricorrenti nelle opere di Gata (lo vedavamo già nella mostra Diálogos Remotos, nel 2020). Altro elemento ricorrente sono i fiori: la prima opera che ci accoglie in mostra è un semplice uomo che ci guarda in modo solenne, quasi altezzoso, con un delicato ranuncolo giallo dietro l’orecchio che illumina la tela. In THE BOY WITH A GARDEN ON HIS HEAD (2024), una corona si piante e frutti tropicali si innalza sul capo del ragazzo, una chiara fusione tra surrealismo e il suo patrimonio culturale cubano.
Il filo rosso che accomuna i personaggi è la loro condizione di marginalizzazione, ma ciò che davvero colpisce, alla fine di tutto, è come Galton Data metta al centro delle sue opere la loro forza, il modo in cui affermano sé stessi, senza rimorsi. Rassicuranti, solenni, impertinenti, si mostrano per quello che sono con orgoglio e rifiutando il conformismo. Alla fine del giorno, alla chiusura del sipario.
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