Dal ciclo “Nature morte” di Ingar Krauss, © Francesca Piovesan, courtesy l'artista, Cramum Gaggenau
Nell’ammirare gli scatti mostrati nell’esposizione nata dalla collaborazione tra Gaggenau e Cramum, si ha l’impressione di trovarsi difronte ad una raffigurazione pittorica: l’uso della luce, sapientemente modulato in relazione alle ombreggiature e la profondità spaziale che i soggetti delle istantanee denunciano, confondono l’occhio del pubblico anche più avvezzo all’analisi di un’opera d’arte.
Non è ingenua l’associazione alla pittura nel caso di Ingar Krauss, in quanto l’artista agisce sulla carta fotografica con un’effettiva opera di ridipintura tramite l’applicazione di sei strati di colori ad olio, contribuendo a ricreare gli effetti scenici e la corposità materica delle tele antiche. Il richiamo alla pittura barocca è rintracciabile anche nella resa stessa dei soggetti, che pur appartenendo al mondo vegetale, vengono proposti come figure umane, rappresentate con la medesima metodica che si applica al ritratto, dalla posizione stante, alla convergenza delle luci.
La pittura fiamminga, in particolare quella di Rogier Van der Weyden, è un evidente punto di riferimento tecnico, mentre per la scelta dei protagonisti delle sue opere Krauss attinge al suo vissuto quotidiano, agli elementi con cui entra in contatto nella vita di tutti i giorni; se si prendono in esame le specie floreali selezionate dall’artista, ci si accorgerà di come queste spesso non siano quelle tipicamente acquistabili nei negozi preposti, ma siano alla stregua di sterpaglie, erbe a volte considerate infestanti, difficilmente associate alla perfezione formale. L’operazione spontanea e immediata dell’artista sembra riaffermare la suggestiva metafora letteraria che identifica nelle componenti considerate più “umili” del creato l’espediente per una narrazione colta, stratificata e complessa, che rievoca la poesia pascoliana di Myricae, a sua volta desunta da un verso virgiliano.
Come le composizioni del poeta romagnolo, solo all’apparenza di argomento effimero, la foto – pittura di Krauss cela in sé un’artificiosità che tradisce l’intento del fotografo ma che ne eleva i contenuti formali, suggellando nell’atto creativo un messaggio estetico di valore universale. Nella costruzione dello scatto si decifra chiaramente la volontà dell’artista di operare con una metodologia intuitiva, nella quale l’opera spesso si prefigura concettualmente prima che fisicamente: «Nel momento stesso in cui trovo l’idea, non penso ad altre immagini, guardo solo ciò che c’è. A volte ho già un’immagine molto nitida in testa prima di trovare il fiore o la fioritura giusta, altre volte l’immagine segue la particolare forma del fiore in modo immediato, ma può anche capitare che debba fare diversi tentativi in studio prima di trovare la giusta posizione per ogni elemento», rivela Krauss, rendendo nota la motivazione di diverse scelte formali, quali l’uso di cornici che ricordano delle teche, connotando l’opera di soluzioni quasi scultoree.
Luce, storia e composizione compongono l’ensable creativa che Krauss sapientemente orchestra, in cui il soggetto valica la sua essenza limitata dal supporto e diviene emblema di memoria ed esempio; come dichiara il curatore della mostra Sabino Maria Frassà: «I fiori di Krauss rappresentano una filosofia di vita, sintesi di un modo di essere e intendere l’esistenza, un richiamo all’importanza di sapere vedere la “profondità” e la magia della realtà anche in un “semplice” fiore di campo raccolto nel proprio giardino. La sua arte ci invita a riflettere sulla gioia delle piccole cose, sulla sacralità e calda intimità emanata da situazioni quotidiane, spesso trascurate. Davanti ai suoi scatti non ci resta che custodire e nutrire silenziosamente queste suggestioni e sensazioni, abbandonando ogni tentativo di interpretare razionalmente il reale e lasciandoci piuttosto accompagnare in una meravigliosa fioritura di emozioni al di là del tempo e dello spazio».
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