Fondazione Musei Civici di Venezia - Palazzo Ducale - Mostra Etruschi e Veneti - 4 marzo 2026 - Photo © 2026 Luca Chiandoni
Sorgenti sacre, fonti sananti e santuari sviluppati in prossimità di acque dolci e salate. La connotazione simbolica dell’acqua è di lunga durata: molto prima della Serenissima e della sua sofisticata ingegneria idraulica, l’acqua era già uno dei principali dispositivi simbolici attraverso cui le comunità antiche, come Etruschi e Veneti, organizzavano il proprio rapporto con il mondo invisibile. Fiumi, sorgenti, approdi e lagune erano spazi liminali: luoghi in cui la natura sembrava aprirsi a una dimensione altra, generativa e spesso terapeutica.
È da questo legame tra dimensione spirituale e acqua che si sviluppa anche la mostra Etruschi e Veneti. Acque, Culti e Santuari, sviluppata negli spazi dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale, a Venezia. L’esposizione, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, mette infatti a confronto due grandi civiltà dell’Italia preromana — quella etrusca e quella veneta — esplorando il ruolo che l’acqua ha avuto nella costruzione dei loro sistemi religiosi e nelle dinamiche sociali e culturali che li hanno attraversati nel corso del primo millennio a.C.
Il percorso espositivo, dunque, viene costruito come una sorta di cartografia del sacro, dove mari, fiumi e sorgenti diventano i nodi di una rete rituale che connette territori diversi, generando spazi di scambio economico, culturale e simbolico. L’acqua diventa così una vera infrastruttura spirituale: un elemento che permette di pensare il movimento delle persone, delle merci, delle idee e delle credenze.
In particolare, l’esposizione si apre con una sezione dedicata al mondo etrusco e alla sua complessa religiosità, introducendo il visitatore attraverso la potente presenza della Testa di Leucothea da Pyrgi, proveniente dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Divinità legata al mare e alla protezione dei naviganti, Leucothea incarna perfettamente questa dimensione liminale dell’acqua come soglia tra umano e divino.
Da qui il percorso si addentra nei cosiddetti “sacri approdi” dell’Etruria, con un focus particolare sui siti di Vulci e Pyrgi. Di grande interesse è la presentazione integrale del deposito votivo della Banditella, uno dei più antichi esempi di culto all’aperto legato a una sorgente. Tra bronzetti votivi, frammenti architettonici e offerte rituali emerge un sistema religioso profondamente radicato nel paesaggio: l’acqua diventa il cuore pulsante attorno a cui si organizzano le pratiche collettive della comunità.
Particolarmente suggestiva è poi la sezione dedicata alle cosiddette “acque miracolose”, che conduce nei grandi santuari salutari dell’Etruria interna, da Chianciano a Chiusi fino ai recentissimi scavi di San Casciano dei Bagni. I bronzi provenienti da questo complesso termale — esposti qui per la prima volta — restituiscono l’immagine di un culto che attraversa quasi un millennio di storia.
Se la religiosità etrusca appare fortemente strutturata, quella veneta emerge qui come un sistema più diffuso e territoriale, costruito attorno a una costellazione di santuari legati alle acque del territorio. Reperti emblematici qui presentati sono senza dubbio il disco bronzeo di Montebelluna con la figura della dea clavigera o l’orlo di lebete proveniente da Altino con un’iscrizione in lingua venetica.
Particolarmente affascinante è anche il caso del santuario di Pora Reitia a Este, dove il culto si lega in modo sorprendente alla pratica della scrittura: stili, tavolette e strumenti per la tessitura suggeriscono infatti un luogo sacro in cui conoscenza, tecnica e ritualità si intrecciano, rendendo il santuario una sorta di centro culturale oltre che religioso.
A chiudere la mostra interviene poi una dimensione contemporanea con l’installazione We are bodies of water di Giovanni Bonotto, realizzata con la collaborazione del Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue. Tra fibre ottiche, filati plastici riciclati e poesia sonora, l’opera costruisce un ambiente immersivo che mette in relazione la dimensione arcaica del culto delle acque con le fragilità ecologiche della laguna contemporanea.
Se la mostra ha il merito di riunire reperti archeologici di straordinaria importanza, il suo interesse più sottile sta forse proprio nel modo in cui suggerisce una continuità di lungo periodo. L’acqua che per Etruschi e Veneti era luogo di cura, passaggio e relazione resta, ancora oggi, il vero elemento fondativo di Venezia.
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