Giulio D'Anna, Treno in velocita+ stazione+ paesaggio 1935-36, olio su tavola
Nel cuore pulsante di Roma, dalle pareti fitte di quadri della piccola galleria Futurism&Co, quel manipolo scalmanato di ribelli dalla genialità “senza fili”, che attuò la più straordinaria e longeva tra le rivoluzioni estetiche del Novecento, si affaccia, ancora oggi con sfacciato vigore, sul mutevole e multiforme panorama dell’arte contemporanea, con la propria, sempre eccentrica, visione futurista.
«Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità», recita il quarto punto del manifesto fondativo del 1909. «Se pregare vuol dire comunicare con la divinità, correre a grande velocità è una preghiera. Santità della ruota e delle rotaie», leggiamo nel manifesto “La nuova religione-morale della velocità”.
La velocità, «sintesi intuitiva di tutte le forze in movimento», elemento cardine della poetica futurista è intesa da Marinetti come l’intrusione della variabile tempo nella concezione plastica della forma-colore, altrimenti “cubisticamente” immota, ovvero come la dinamizzazione visionaria della realtà tramite la compenetrazione simultanea dei piani atmosferici in cui essa si articola.
La mostra che ci accingiamo a visitare è dedicata ad un’immagine–simbolo assai cara ai futuristi, quale epitome di questa complessa e spiazzante operazione retinica: il treno in corsa, nella cui metafora traluce un altro topos marinettiano, l’estetica della macchina e l’esaltazione del «regno meccanico» come contraltare al polveroso passatismo “dell’Italia parrucchiera, accademica, arcadica e borghese». Possiamo ritenere ancora attuale questo massiccio assalto allo status quo, non privo di audace e proterva baldanza? La domanda non è peregrina. Perché se i contenuti programmatici, legati in parte ad istanze positiviste ormai desuete (se si eccettua l’ingenua fede nel progresso, ancora oggi attrattiva) possono essere definitivamente esaminati con l’occhio algido dello storico, permangono intatti invece, e tuttora fecondi, a nostro avviso, il costante impulso al rinnovamento e la genuina, geniale, stimolante originalità di pensiero e di visione.
Ma veniamo ai quadri in mostra. Numerosi i nomi, alcuni ingiustamente dimenticati, almeno dal grande pubblico, come Giulio D’Anna, pittore e libraio siciliano (come siciliani sono Pippo Rizzo e Vittorio Corona, anch’essi presenti) del quale apprezziamo un Treno in velocità+stazione+paesaggio (il segno matematico sostituisce la punteggiatura come prescritto dal Manifesto tecnico della letteratura futurista e segnala la sollecitazione sinottica a cui è chiamato il riguardante): qui la sottolineata scansione cromatica sembra voler alludere, nel gioco inesauribile delle analogie, ad una ulteriore, più enigmatica compenetrazione.
Ci viene incontro il Treno in corsa dell’inquieto Roberto Marcello Baldessari: la massa d’acciaio della macchina incombente fende e modula drasticamente lo spazio scomponendolo e animandolo con un dinamismo plastico di ascendenza boccioniana. La poetica diventa maniera con il viareggino Uberto Bonetti, più didascalico che convintamente futurista. Scorgiamo anche una tela del geniale aeropittore Antonio Marasco che scompone e ricostruisce demiurgicamente lo spazio manipolando le linee di forza irradiate dal treno in corsa e dai bellicosi aereoplani all’attacco.
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