Gabriella Siciliano, La casa di Wendy, veduta della mostra, Made in Cloister, Napoli, 2024. Ph. Maddalena Tartaro
Sembra una costellazione ma è l’occhio di una creatura, quella che alberga tra i pensieri notturni di Gabriella Siciliano. La casa di Wendy è il titolo dell’installazione site specific presentata dall’artista classe 1990 nel LAB.oratorio della Fondazione Made in Cloister di Napoli, visitabile fino a novembre 2024 e realizzata con il sostegno del programma Per chi crea, promosso da MIC – Ministero della Cultura e SIAE. Nell’intimo spazio riconvertito in sede espositiva nel complesso monumentale di Santa Caterina a Formiello, Siciliano ha messo in scena un’ambientazione in cui albergano, come assopiti, presente, passato e futuro.
Una coltre di nubi pensierose sembrano emergere dalla mente dell’artista, che riflette sulla sua generazione, quella degli Anni Novanta, per dare voce a «Queste masse di Peter Pan – come scrive nel testo per il catalogo della mostra – dinanzi a sfide cosi complesse, sprofondando nella malinconia nostalgica, sognando i narcotici pomeriggi spensierati passati, da adolescenti, davanti ad un televisore». La casa di Wendy è un po’ come un viaggio sotto coperta ma che ti spinge a camminare senza.
Il primo incontro è con se stessi, perché il primo indizio è uno specchio ad altezza naturale, bianco, dove, incastrata su un lato della cornice, compare una foto. L’immagine ritrae un mostro che indossa un cappellino in primo piano, con la Torre Eiffel sullo sfondo, e rimanda subito a un gioco di riflessi temporali dal retrogusto nostalgico. Quelle tipiche foto che si attaccavano sulle pareti della propria camera, diventano il pretesto per mettere chi si specchia davanti a un bivio, quello di riconoscersi o, forse, di andarsi a ritrovare. «Noi siamo, dopotutto, la somma delle nostre esperienze, e l’esperienza comprende non soltanto ciò che facciamo concretamente, ma anche ciò che privatamente immaginiamo», diceva Philip Roth.
Poco distante, su di un morbido tappeto bianco, un puzzle incompleto presenta un altro scenario: delle montagne innevate che si confondono quasi a perdere i pezzi nella morbida trama del tappeto. L’incertezza sottolineata dalla debole luce di una lampada da camera, anch’essa bianca, che tenta di illuminare un futuro soltanto immaginario, ricorda la sensazione che può lasciare un sogno, quello stato di formicolio da intorpidimento a metà tra le cose vissute e quelle sperate. La luce è calda, per rassicurare, per quanto possibile, quei bimbi sperduti in cerca delle parti mancanti.
E infine, ad attenderci, disteso su un letto lungo quasi come una navata, si scopre il corpo sinuoso del “mostro” visto in foto. Anche qui una lampada da camera lo illumina, mettendo in risalto il suo lucido strato di resina blu notte. «Oggi, anche quel peso – scrive Alberta Romano nel catalogo – si è steso qui sul letto insieme a me, a guardare passivamente i puntelli di una spensieratezza che non sapeva di essere tale». Tra quelle lenzuola bianche si annida la paura del presente, un passo obbligato a cui nessuno può sottrarsi, per giungere alla conoscenza di sé.
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