Giovanni Gaggia et al., Com'è il cielo in Palestina, 2025
C’è una domanda che attraversa il cielo di questa mostra come un lampo: Com’è il cielo in Palestina? Una domanda semplice, quasi infantile, che diventa impossibile da pronunciare senza chiedersi cosa stia realmente succedendo oggi a Gaza. Alla Casa della Memoria di Milano, Giovanni Gaggia trasforma in una pratica collettiva di ascolto e resistenza, un atto poetico che si fa gesto civile. Curata da Susanna Ravelli, la mostra invita a sostare, a guardare in alto, a restare nel vuoto tra le parole.
L’esposizione, visitabile fino al 2 novembre 2025, si inserisce nel fitto dialogo che la Casa della Memoria mantiene con le forme attuali del dissenso e della testimonianza. I suoi archivi verticali, normalmente visibili, qui vengono coperti, un gesto simbolico, quasi come un lutto. Non per cancellare la storia ma per proteggerla dai tentativi di riscrittura. Come se, in tempi di propaganda e saturazione, il primo gesto di resistenza fosse il silenzio.
In questa cornice, Gaggia intreccia ricamo e politica, poesia e urgenza. L’artista parte da un gesto nato nel 2023, all’indomani dell’attentato del 7 ottobre contro la popolazione israeliana. Da una cornice vuota, concepisce l’idea di un ponte simbolico verso Gaza, un tessuto, un ricamo, una domanda. A Pergola, il paese d’origine dell’artista, alcune donne ricamano in arabo quella frase disarmante: “Com’è il cielo in Palestina?”. Qui le risposte arrivano da Gaza. Esse sono brevi, tremanti, spesso anonime. E diventano parole cucite, intrecciate, cuciture di speranza. Con il tempo, il progetto cresce fino a una grande installazione lunga 18 metri, una costellazione di coperte cucite da comunità di città diverse: da Pesaro a Torino, da Catania a Savona.
Allora ogni tessuto diventa una bandiera della memoria, costruendo un archivio emotivo, una memoria fatta di gesti lenti. Questa diventa una disobbedienza gentile, una forma di cura che resiste al rumore e alla velocità.
“Io non ci sto”, dice l’artista, e questo rifiuto si traduce in un sì alla relazione. Ogni coperta è una risposta alla fame di umanità che attraversa il presente. È un modo di chiedere ancora: com’è il cielo sopra di noi, quando non c’è più spazio per guardarlo?
Com’è il cielo in Palestina? non è una mostra da visitare ma più una preghiera condivisa. E allora ci si chiede, può la tenerezza essere un atto politico? Può l’arte ancora cucire ciò che la storia lacera? Forse sì, se è fatta di mani, di fili e di silenzi. Alla fine resta quella domanda, sospesa come un cielo: com’è, oggi, il cielo sopra di noi?
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