Categorie: Mostre

I Farnese nella Global History dell’arte: intervista a Simone Verde

di - 29 Maggio 2022

In occasione della mostra “I Farnese”, aperta al Complesso Monumentale della Pilotta di Parma fino al 31 luglio 2022, abbiamo rivolto qualche domanda a Simone Verde, direttore del museo e curatore del progetto. Tra i temi trattati, la contemporaneità di una collezione, delle immagini e le riletture della storia. E anche una Papa della Controriforma può rivelare punti di vista inediti, tra battaglie iconiche per il potere e un gusto cosmopolita.

Ritratto di Simone Verde. Foto di Giovanni Hänninen

I Farnese erano mecenati del loro tempo. Cosa cercavano, cosa li affascinava? C’è qualche analogia con il mecenatismo attuale?

«Oggi viviamo in un mondo in cui il mecenatismo è visto come un’opzione. Nel Rinascimento la produzione artistica non era svincolata da una visione del mondo politica e teologica. Di conseguenza, non possibile non esser mecenati. È difficile fare un parallelo con il mondo in cui viviamo oggi, dove il mecenatismo è visto come un servizio pubblico, l’immagine illustre di un successo».

Il progetto tratta i temi del collezionismo rinascimentale con gli strumenti della Global History. Che cosa vuol dire nello specifico?

«Parto dalla premessa che consapevolezza di ciò che siamo è influenzata dal presente in cui viviamo, nel senso che oggi alcuni aspetti influenzano la nostra sensibilità più di altri. La storia delle nostre società è stata però costruita su modelli ottocenteschi, di impianto nazionale, occidentale e positivista. Gli esseri umani comunicano invece su orizzonti molto più ampi; le arti visive ne sono un esempio. Da qui sono nate una serie di correnti storiografiche e, tra esse, la Global History prende in seria considerazione le arti figurative come strumento di esame. La dinastia dei Farnese ci è sembrata quindi un caso studio di un approccio storiografico globale, che non guarda la storia solo in termini di causa effetto, ma prende in esame analogie, fattori sociologici ed esigenze cicliche comuni a molti comportamenti umani».

Veduta della mostra I Farnese, presso il Complesso Monumentale della Pilotta. Foto di Giovanni Hänninen

Come leggere quindi la politica dei Farnese con questi nuovi strumenti?

«Paolo III vive un tempo in cui il Mediterraneo aveva perso di centralità e doveva trovare una giustificazione teologica di questi cambiamenti. Insieme alla sua cerchia (soprattutto nella figura di Paolo Gioli), va così a rintracciare una presenza delle Indie nella storiografia cristiana e la figura di Alessandro Magno era perfetta a tal fine dal punto di vista iconografico. Obiettivo del papa è dimostrare che il disegno di Carlo V è già dentro le premesse cristiane e, in tal modo, tentare di arginarlo. Da qui nasce tutta l’estetica della collezione Farnese che è molto cosmopolita e guarda alle fasi più orientalizzanti della storia romana».

C’è un’immagine, o un fatto, che più di tutti racconta questo equilibrio di potere tra Papa Paolo III e Carlo V? Chi vinceva il braccio di ferro?

«C’è un’immagine scolpita sulla facciata di Palazzo Crivelli di Roma che è molto emblematica in tal senso. Siamo nel 1936, il papa era stato eletto da appena due anni e l’imperatore spagnolo risaliva l’Europa da imperatore cristiano vittorioso contro gli Ottomani a Tunisi. Eppure, nella città eterna, non può evitare di prostrarsi e baciare i piedi al papa…».

Che libro consiglierebbe a chi volesse approfondire la Global History?

«Per iniziare direi “Storia Globale” di Sebastian Conrad, che in Italia è pubblicato da Carocci».

Ho notato che nella Messa di San Gregorio c’è forse una delle prime raffigurazioni dell’ananas, un frutto esotico che diventerà presto molto ambito tra i nobili d’Europa.

«In realtà dove oggi vediamo delle ananas, in origine c’erano tre coppe d’oro. Ma dobbiamo fare un passo indietro. Nel 1537 Paolo III promulga la bolla Sublimis Deus, esposta per la prima volta in Italia dal Musée des Amériques-Auch. In questo scritto, il papa riconosce che gli indiani d’America sono esseri umani e ne condanna lo sfruttamento. È stato un atto epocale, ma anche politico perché con esso il papa si frapponeva a Carlo V nella gestione degli indios d’America. In risposta a questa enciclica, il governatore di un centro non lontano da Città del Messico commissiona a delle maestranze locali la Messa di San Gregorio, fatta di piume e d’oro. A un certo punto il manufatto scompare; ricompare in Francia negli anni ’50, dove viene acquistato da un museo. È stato probabilmente rubato e in queste fasi spogliato dell’oro, compreso quello delle coppe. Probabilmente sono state trasformate in ananas a causa di una vendita successiva».

Messa di San Gregorio, 1539, (Messico) Mosaico di piume su tavola, cm 68×56
Musée des Amériques-Auch, crédit photographique Musée des Amériques-Auch

Agli occhi di oggi chi era il più contemporaneo tra gli artisti della cerchia dei Farnese?

«Direi El Greco, per il suo essere un ponte tra Oriente e Occidente; è un artista che parla la doppia lingua di quella cristianità in crisi di cui Paolo III è pienamente consapevole».

La Pilotta ha progetti di arte contemporanea in cantiere?

«Sì, uno molto importante ma di cui al momento non posso parlare».

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