10 Corso Como, Andrea Branzi exhibition. Photo credit 10 Corso Como
Dopo aver ospitato il focus sugli ornamenti per il corpo di Pietro Consagra, la Galleria di 10 Corso Como continua la sua riflessione sui creativi che hanno rivoluzionato il mondo dellâarte, del design, della moda e dellâarchitettura. Ă la volta questa di Andrea Branzi, designer, architetto e teorico pluripremiato di fama internazionale, scomparso lâanno scorso. Andrea Branzi. Civilizations without jewels have never existed, a cura di Alessio deâ Navasques con la collaborazione di Nicoletta Morozzi e Lorenza Branzi e con le gallerie Casa Argentaurum e Friedman Benda, restituisce un affresco chiaro ed essenziale della poetica di Branzi a partire dagli anni Ottanta fino alle ultime creazioni del 2023.
Fondamentale come sempre Ăš la ricerca dâarchivio â in questo caso ancora in fase di costituzione â per attingere ai materiali che sono testimonianza diretta di una progettualitĂ e di una forma mentis duttile e aperta alle contaminazioni. Analogamente si comportano le opere ideate da Branzi, oggetti ibridi che mirano a uscire dai crismi consacrati al design e allâarchitettura attraverso lâintromissione della natura sotto forma di materia primigenia. Lâapproccio sembra simile a quello adottato dagli artisti dellâarte povera, che guardano ai materiali poveri, appunto, siano essi industriali o naturali, e alla risignificazione di un linguaggio visivo. Allo stesso modo il designer ragiona in controtendenza alle consolidate politiche promosse dal Bauhaus per riscoprire quel magico simbolismo degli oggetti che creano un poetico abitare.
Nel âcaveauâ di 10 Corso Como, che si sviluppa longitudinalmente terminando in una parete mobile, configurato come uno spazio trasformabile, lâallestimento si prolunga in un flusso continuo di idee. E cosĂŹ alla serie Animali domestici (1983-85), sedute in cui preponderante Ăš lâelemento naturale, si alternano le Wooden lamps, lampade in legno e carta che ricordano e riportano alla dimensione domestica il tepore e il crepitio dei fuochi intorno a cui si radunavano gli antichi. Proprio questa tensione tra primitivo e industriale e tra spazio naturale e spazio domestico trova una felice espressione nelle opere di Branzi, come nel servizio da the che fa parte della serie Silver and Wood (1996), o nelle ceste in argento, che rimandano alla gestualitĂ dellâintrecciare. Il percorso, come suggerisce il curatore, sembra seguire un processo alchemico, che vede il passaggio della materia dal legno alla pietra, dallâargento allâoro, per un design che si tinge dei termini del sacro.
Ma le vere protagoniste che galleggiano eteree nel vuoto delle teche di protezione, sono le ghirlande in oro e argento, gioielli ornamentali a metĂ tra il fantastico e i monili delle popolazioni antiche, giĂ esposte nella retrospettiva del 1998 al Design Museum di Gand. Volteggianti linee preziose adornate da foglie o figure umane, avvolgono il capo come aureole o incorniciano magicamente il viso anche nelle fotografie di Malou Swinnen, accostate ai gioielli per dimostrarne la potenza espressiva. Non solo vezzo estetico o decorativo ma teorizzazione antropologica del ruolo del gioiello dallâantichitĂ sino alla contemporaneitĂ , come afferma infatti il designer in un articolo del 2005 per la rivista Interni: «se sono esistite societĂ senza cittĂ e senza architettura, non sono mai esistite societĂ senza gioielli; perchĂ© essi sono soprattutto il segno evidente di una elaborazione magica della persona umana, e il simbolo della ricerca di un segreto ordine nelle leggi del cosmo».
Fino al 20 aprile, in collaborazione con lâarchivio Vincenzo Agnetti e con testi in catalogo di Andrea Bellini, la galleria…
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