Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini. Installation view: Bernini e i Barberini, 2026. Photo Alberto Novelli
Paul B. Preciado ha scritto che «le statue sono fantasmi del passato pietrificati per suscitare adorazione e rispetto, riverenza e timore, esaltazione e obbedienza» intuizione che nelle stanze di Palazzo Barberini diventa tangibile e corporea, assumendo i volti di Paolo V, Gregorio XV, monsignor Francesco Barberini, San Lorenzo e San Sebastiano. Fino al 14 giugno 2026, infatti, le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano la mostra Bernini e i Barberini a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, che proprio nelle sale di Palazzo Barberini a Roma sviluppa il suo percorso.
Illuminare un’opera d’arte è operazione tutt’altro che neutra; un faretto mal direzionato può alterare i volumi, appiattire i chiaroscuri o tradire le intenzioni dell’artista. Nei percorsi espositivi contemporanei non è raro doversi muovere schizofrenicamente su e giù avanti e indietro per evitare riflessi invadenti e abbaglianti su dipinti e sculture. In questo caso, la luce non interferisce, ma accompagna, modella i marmi senza forzarli, restituisce profondità alle tele e amplifica la tensione plastica delle superfici trasformando la moltitudine di volti in visioni che compaiono dal buio.
Il talento di Bernini nello scolpire è cosa ben nota ma, se non ci si lascia ammaliare eccessivamente dalla vitalità dei marmi, anche i dipinti ad olio riveleranno un’ambizione tutt’altro che secondaria. Il felice confronto fra i suoi santi Andrea e Tommaso apostoli (1627) con I santi Antonio Abate e Francesco d’Assisi (1627) di Andrea Sacchi – entrambi in prestito dalla National Gallery di Londra – dimostra come l’artista non abbia avuto nulla da invidiare ai grandi maestri riconosciuti della pittura, rivendicando una padronanza capace di attraversare i linguaggi.
Lo storico dell’arte Giovanni Morelli riteneva che la mano d’un artista potesse essere identificata attraverso particolari anatomici caratteristici e ricorrenti che il pittore ripeteva in modo quasi meccanico; in documenti come la Faccia grottesca (1630 ca.) o nei numerosi studi per San Pietro si può riconoscere dunque la mente dell’artista che Urbano VIII decise di far diventare il “Michelangelo del suo tempo”. Accanto alla monumentalità delle opere più celebri come il tanto atteso San Sebastiano (1617-1618), vale la pena soffermarsi anche sugli aspetti meno immediati. Le sculture non addossate alle pareti invitano a percorrere lo spazio, girandovi attorno per scoprirne il retro, osservarne le parti non completamente rifinite, cogliere nel “non finito” la traccia del processo creativo. Come nei disegni preparatori, è proprio lì che si manifesta con maggiore evidenza la perizia tecnica e la consapevolezza progettuale dell’artista.
Dulcis in fundo l’ultima sezione, la più affascinante e interessante di tutto il percorso in cui, attraverso alcune opere emblematiche, viene indagata la libertà creativa di Bernini e gli aspetti più conflittuali del suo rapporto con il pontefice. Fra i prestiti più illustri in mostra, il busto di Thomas Baker (1637-1638 ca.) dal Victoria and Albert Museum di Londra. A differenza della maggior parte di busti – non solo in mostra, ma della produzione di Bernini – il ritratto fu frutto di una commissione privata da parte di un personaggio dal modesto rango sociale, che l’artista stesso nel 1638 racconta di aver accettato per dimostrare i suoi talenti oltre Manica, pur conscio di portare dispiacere al suo mecenate che di fatto non tarda ad ordinargli di non terminare l’opera. Una storia incredibilmente affascinante, nascosta dietro i “meravigliosissimi” capelli del sir britannico, prendendo in prestito le parole del curatore Andrea Bacchi.
La mostra aggiunge così un tassello a una storia ampiamente studiata e lo fa insistendo sul nodo più decisivo: il Barocco non come evoluzione stilistica spontanea, bensì come progetto condiviso tra artista e committente. In un’epoca in cui Roma stava progressivamente perdendo centralità politica nello scacchiere europeo, Urbano VIII comprese che la città poteva riaffermare la propria supremazia attraverso l’immagine. Bernini fu il regista di questa strategia visiva, capace di tradurre ambizioni dinastiche e universalismo cattolico in una scenografia urbana ancora oggi dominante.
Più che celebrare un genio isolato, Bernini e i Barberini mette in scena la costruzione di un potere attraverso l’arte, ricordandoci che la storia, talvolta, si scolpisce.
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