Nina Ćeranić, As I Shape the Object, the Object Shapes Me, 2026, Exhibition view, A plus A Gallery, Venice, Ph. Clelia Cadamuro
Più che una retrospettiva in miniatura, As I Shape the Object, the Object Shapes Me si configura come un campo di lavoro aperto. Nella sua prima personale, ora in corso da A plus A Gallery a Venezia, Nina Ćeranić intreccia pittura e installazione per interrogare il modo in cui gli oggetti partecipano alla costruzione dello sguardo.
Il titolo suggerisce fin da subito una relazione reciproca. L’oggetto rifiuta una valenza di rappresentazione passiva, presentandosi come un agente capace di modificare chi lo osserva. Nei dipinti di diversi formati che compongono la mostra compaiono oggetti ordinari come anelli, parti di automobili, dispositivi elettronici, frammenti domestici, ricavati da fotografie trovate online, spesso provenienti da piattaforme di vendita di seconda mano. La pittura interviene su queste immagini come un ulteriore passaggio di mediazione.
Ciò che interessa a Nina Ćeranić non è tanto l’oggetto quanto la sequenza di sguardi che lo produce. Nella fotografia di un oggetto domestico resta sempre una traccia del rapporto che qualcuno ha avuto con esso, il modo in cui è stato isolato, ritratto, disposto nello spazio. Dipingendo queste immagini l’artista introduce una distanza aggiuntiva, trasformando il contenuto in un punto di condensazione tra sguardi diversi. Chi possiede l’oggetto, chi lo fotografa, chi lo osserva online, chi lo dipinge; ogni passaggio genera uno slittamento di senso.
In questo processo la pittura diventa uno strumento per mettere in discussione la circolazione contemporanea delle immagini. Nella cultura visuale digitale gli oggetti esistono sempre più spesso come immagini prima ancora che come presenze materiali. Le fotografie vernacolari che popolano internet, immagini funzionali prive di ambizione estetica, diventano così per Ćeranić un archivio involontario di relazioni quotidiane.
La dimensione installativa della mostra dà corpo a questa riflessione. I dipinti sono inseriti in strutture lignee e metalliche che articolano la parete della prima sala in una griglia irregolare, richiamando contemporaneamente due modelli visivi: da un lato la disposizione narrativa dei polittici e degli altari, dove l’immagine principale dialoga con episodi laterali; dall’altro la logica modulare delle interfacce digitali, fatta di icone, finestre e cartelle.
Tra altare e desktop si genera così un cortocircuito. Entrambi sono dispositivi che organizzano immagini e stabiliscono gerarchie dello sguardo, ma soprattutto costruiscono una forma di ritualità visiva. In questo contesto il white cube della galleria perde la sua presunta neutralità, attraversato dalla composizione installativa che lo rende più simile a uno spazio domestico fatto di mensole, scomparti e piccoli reliquiari. Questi elementi continuano ad abitare le stanze successive, accompagnando lo spettatore lungo il percorso che si sviluppa sui due piani della galleria.
In quanto prima personale dell’artista, l’allestimento assume il carattere di una pagina inaugurale. Le pareti della galleria accolgono il primo capitolo di un archivio visivo in cui lavori prodotti in anni diversi trovano una convivenza provvisoria. L’impianto critico della mostra ruota attorno al rapporto tra corpo e oggetto, materia e significato, che attraversa i tre cicli presentati, Qualia/Memories (2015 – 2018), Objects (2018 – in corso), Skin and Nails (2025 – in corso), nuclei che si stratificano come diversi livelli del medesimo problema. In Objects l’oggetto quotidiano viene isolato e reso ambiguo attraverso la mediazione fotografica; in Skin and Nails il gesto corporeo sostituisce l’oggetto come luogo di relazione; mentre Qualia/Memories introduce una dimensione autobiografica che mette in crisi l’idea stessa di memoria come proprietà individuale.
La mostra evita così una progressione narrativa lineare e orchestra piuttosto, secondo il ritmo stesso del pensiero, una mappa instabile in cui oggetti, corpi e immagini si ridefiniscono ininterrottamente a vicenda. La griglia diventa allora la visualizzazione di un processo mentale scandito da compartimenti, pause, intervalli, dove ogni dipinto occupa uno spazio che è insieme contenimento e apertura, come se la pittura avesse bisogno di un’architettura capace di renderne visibile il movimento.
È in questa oscillazione che il lavoro di Ćeranić manifesta uno dei suoi nodi più fertili. Gli oggetti restano riconoscibili ma allo stesso tempo leggermente alienati, sottratti alle categorie abituali che li stabilizzano nel quotidiano. L’espressione pittorica interviene ordunque come dispositivo di interferenza rispetto alla diffusione rapida dell’immagine digitale, rallentandone il flusso, stratificandone la superficie e facendo emergere la dimensione temporale del gesto.
Più che offrire una lettura didascalica, la mostra suggerisce una diversa modalità di modulare lo sguardo. Gli oggetti smettono di funzionare come reliquie da contemplare o simboli da decifrare e diventano punti di passaggio, piani attraverso cui si sedimentano relazioni, immagini e memorie che non appartengono più a un soggetto univoco. In questo senso il lavoro di Nina Ćeranić sottrae agli oggetti un significato stabile, mantenendoli in una zona di indefinitezza in cui ciò che vediamo è sempre il risultato di sguardi che si sono sovrascritti nel tempo.
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