Olivo Barbieri, Modena, 1994. Dalla serie Ersazt Lights. Stampa a getto d’inchiostro su carta Hahnemuhle, 47,5x 62,5 cm. © Olivo Barbieri, Courtesy Fototeca Panizzi, Reggio Emilia
Si può ripartire dal sottotitolo per tracciarne gli intenti. La mostra al Castello Campori di Soliera affronta il tema dello sviluppo tecnologico e formale nella fotografia tra gli anni ’80 e gli anni ’90. In questo periodo si registra un importante cambiamento in campo fotografico dovuto all’avanzamento della tecnologia, che porta all’invenzione di internet e introduce il supporto digitale. Si viene quindi a delineare un nuovo approccio alla fotografia, la tecnologia innesca un processo di messa in discussione dei metodi fino a quel momento utilizzati, proponendo ad artisti e pubblico una costante sfida.
Il percorso espositivo ideato nello spazio dalla curatrice Marcella Manni offre una pluralità di itinerari da percorrere: quello del lavoro sulla documentazione del territorio e del paesaggio, quello della rappresentazione del corpo, dell’identità, della messa in scena dell’individuo e non meno importante quello della sperimentazione fotografica visto i recenti traguardi tecnici. Ricerche e analisi che vengono interpretatati in maniera diversa e personale da ogni singolo artista.
Le opere provengono da collezioni sia private che pubbliche, nuclei importanti provengono infatti dal Museo di Fotografia di Cinisello Balsamo e dalla Fototeca Panizzi di Reggio. Ospiti della conferenza stampa sono stati due degli artisti presenti in mostra, Olivo Barbieri e Silvio Woolf che hanno approfondito il tema. Olivo Barbieri ha sottolineato l’importanza del cambiamento avvenuto nel secolo scorso nel campo della fotografia. Epoca di grandi sperimentazioni, supportate dall’introduzione del digitale che ha sradicato il paradigma dell’essenza materiale della fotografia. Gli artisti di questi anni hanno dovuto fare i conti con questa trasformazione, lo stimolo era proprio quello di cercare di interpretare i successivi cambi di rotta che la tecnologia avrebbe inevitabilmente comportato. La sua opera Illuminazioni Artificiali documenta le luci e i colori dell’architettura urbana tra Occidente e Oriente. La città diventa un set cinematografico e l’immagine catturata apre un varco, attraverso il quale lo spettatore può osservare la realtà e immergersi all’interno.
Silvio Wolf spiegando il lavoro dietro a Muro d’Icone, polittico fotografico analogico in sette parte, ha evidenziato la connotazione del lavoro dell’artista legata al tempo presente, l’esperienza della fotografia è infatti diretta e presente. Il suo lavoro è frutto di una smaterializzazione dell’immagine che ha lo scopo di restituire corpi fisici, la luce fa da protagonista e mentre genera l’immagine fotografica distrugge quella pittorica. Wolf afferma che percependo che la fotografia si stava muovendo verso un mondo di assoluta virtualità ha avvertito la necessità di dare una dimensione fisica all’immagine.
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