Categorie: Mostre

Il quinto e ultimo ciclo di Pensare come una montagna, il progetto biennale della GAMeC diffuso nel territorio

di - 12 Ottobre 2025

Con l’arrivo dell’autunno prende ufficialmente avvio quel periodo dell’anno che ci accompagna pian piano alla sua conclusione, quel tempo di passaggio che è fine ma anche inizio. Così, insieme agli alberi che si tingono di un timido rossore prima di impallidire con il sopraggiungere dell’inverno, inaugura anche l’ultima fase di Pensare come una montagna, il progetto curatoriale della GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, ideato dal direttore Lorenzo Giusti, che giunge ora al suo quinto e ultimo ciclo (qui vi abbiamo parlato dei precedenti). Iniziato nel 2024, il Biennale delle Orobie – così chiamato perché non cade ogni due anni ma dura due anni – è il format pensato per accompagnare il periodo di transizione che vede lo spostamento della GAMeC nella nuova sede di prossima apertura.

Tra le valli e i paesi del bergamasco: una mostra diffusa nel territorio

Sulla scia dei precedenti appuntamenti, il quinto ciclo conferma la vocazione del programma biennale di dialogare con il territorio, estendendosi ben oltre le mura della città, tra le valli e i paesi del bergamasco. In una stalla che affaccia sul paesaggio della Val Taleggio, scavata da profondi orridi, trova temporanea dimora la scultura di Gaia Fugazza, una figura femminile il cui nome ricalca quello di una succulenta originaria del Madagascar, capace di riprodursi in maniera asessuata: Mother of Millions. La sua pelle in porosa argilla di Impruneta, è costellata di immagini raffiguranti i prati d’alta quota in cui l’artista si è imbattuta durante la transumanza, segni quasi archetipici che evocano le antiche incisioni rupestri. Questo corpo che si fa paesaggio – moderno titano che sorregge sulle proprie braccia la vita che germoglia, ma anche il suo peso – incarna una collaborazione partecipata e multispecie, che sorride a un futuro in “con-divenire”, per dirla alla Donna Haraway, un corpo in procinto di alzarsi, pronto a spostarsi in seguito nelle sale del museo.

Bianca Bondi, Graces for Gerosa, 2025. Veduta dell’installazione, Chiesa di Santa Maria in Montanis, Gerosa (Val Brembilla, Bergamo). Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Foto: Nicola Gnesi Studio

Dello stesso avviso sembrano essere le figure danzanti di Bianca Bondi, baccanti indistinguibili – poiché senza volto – che si aggirano nella ex Chiesa di Santa Maria in Montanis a Gerosa (Val Brembilla), oggi sconsacrata. Come staccatesi dalle pareti corrose dal tempo e dall’umidità, le sculture volteggiano immobili nello spazio, non corpi modellati secondo canoni estetici, ma calchi in gesso, profili reali di sette abitanti del luogo, che nel loro movimento riportano la danza laddove, per lungo tempo, era stata respinta. Come la pelle di un serpente che rimane a testimonianza di un passaggio, Graces for Gerosa racconta la traccia di una trasformazione: fiori, coralli, piante cristallizzate che parlano di un’avvenuta ibridazione tra esseri umani e vegetali che ci radica nell’”humusità” (per citare sempre Haraway) e nel nostro essere tutt’uno con la terra.

Con Agnese Galiotto il processo si inverte: è la natura, con la sua flora e la sua fauna che si imprime sull’architettura umana. Nell’affresco La montagna non esiste, dipinto sul muro di un’abitazione che affaccia sul centro storico di Almenno San Bartolomeo, l’artista esplora il rapporto tra essere umano e uccelli di varie forme e specie, rappresentati nei minimi dettagli e colti nel momento della migrazione. La scena, che seziona l’edificio di taglio, si pone in continuità con il profilo del Monte Albenza, proseguendo idealmente la linea della montagna e sottolineando la mimesi tra insediamento umano e territorio. In basso, tra le piante, spuntano mani umane che interagiscono con gli uccelli in un’elegante movenza a metà tra un gesto che ricorda la raccolta dei fiori e l’inanellamento scientifico.

Se l’opera di Abraham Cruzvillegas, installata nel cortile della Fondazione Dalmine, indaga il rapporto tra economia, produzione industriale e natura, nel workshop Crops Are Not Orphans di Asunción Molinos Gordo sono i semi a farsi vettori di storie e relazioni, trasformando l’archivio dell’Orto Botanico “Lorenzo Rota” in uno spazio di riflessione collettiva sul concetto di “Seeds Kinship”.

Agnese Galiotto, La montagna non esiste, 2025, Affresco. Almenno San Bartolomeo (Bergamo). Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Foto: Nicola Gnesi Studio

Dentro la GAMeC: Pedro Vaz e i gli ultimi-primi dieci anni dell’Atelier dell’Errore

Dalle valli circostanti si torna in città, tra le mura dell’istituzione che ha dato il via a questo progetto diffuso. Ad accogliere i visitatori all’ingresso della GAMeC è l’installazione pittorica di Pedro Vaz, che dialoga con un altro dipinto, quello di Ermenegildo Agazzi, entrambi raffiguranti una veduta della Presolana. Ma i riflettori qui sono puntati sull’Atelier dell’Errore, a cui il museo dedica una retrospettiva che ripercorre gli ultimi dieci anni del collettivo artistico (o, come sottolinea il suo fondatore Luca Santiago Mora, i primi dieci anni di una storia ancora in divenire). Ten, la mostra che occupa lo Spazio Zero del museo e dialoga con le opere nelle altre sale, mette in luce la maestria nel disegno dei suoi autori, capaci di dar vita a figure mostruose, coperte di peli e unghie e proprio per questo paradossalmente auliche. Con i loro disegni “sbagliati”, gli artisti e le artiste del collettivo ci liberano dal peso dell’ansia della perfezione ­– sebbene essa non manchi – rivelando come anche nell’errore possa celarsi una forma di bellezza. Le loro creature ci riportano all’origine del gesto creativo, spogliato da secoli di velleità e codici estetici. Questi esseri deformi e dispettosi, ci ricordano ciò che siamo quando si abbassano le luci della messa in scena di questa epoca fintamente patinata: organismi imperfetti, vulnerabili, vivi. Prima che queste luci si abbassino del tutto però, vale la pena assistere a un’ultima rappresentazione: la performance shakespeariana, ironica e dissacrante presentata da due artisti del collettivo.

Atelier dell’Errore, TEN. Veduta dell’installazione, GAMeC, 2025. Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Foto: Lorenzo Palmieri

Giunti alla fine di un ciclo, è tempo di bilanci. Lorenzo Giusti e il suo team hanno scelto un modo alternativo di fare curatela in un periodo di transizione, portando alla ribalta un museo di provincia il cui nome oggi risuona anche a livello internazionale. Hanno scommesso su artisti affermati ed emergenti, abbracciando il territorio e lavorando per e con la comunità. Forse non tutto, in questo percorso, può aver convinto pienamente, ma – come insegna l’Atelier dell’Errore – non è la perfezione a determinare il valore di un progetto, bensì la passione, il coraggio e una visione: quella di un museo capace di oltrepassare i propri confini per mettere in circolazione idee e creare dialogo. In una contemporaneità complessa e mutevole, i musei sono chiamati a ripensare il proprio ruolo e in questo la GAMeC riesce e si propone come esempio, perché sa “pensare come una montagna”, osservare e analizzare il presente da una prospettiva diversa, assorbire ciò che la circonda e tradurlo in un respiro collettivo che supera le mura del museo. Non vediamo quindi l’ora di vedere quali saranno i suoi prossimi passi.

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