Jonathan Lyndon Chase, Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset, veduta della mostra, Galleria Gió Marconi, Milano
Alla Galleria Gió Marconi di Milano, Jonathan Lyndon Chase presenta Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset, la sua prima personale in Italia, inaugurando una collaborazione che consente di osservare da vicino le traiettorie più recenti della sua ricerca. L’esposizione, visitabile fino al 18 marzo, muove dall’ordinario della black queer life, elevandolo a territorio sensibile in cui coinvolgimento, prassi quotidiana e spazio si implicano a vicenda, generando un dialogo continuo tra azione concreta e vissuto.
Il piano terra della galleria si configura come un dispositivo domestico. Soggiorno, camera da letto, cucina e bagno perdono la loro funzione originaria per assumere una dimensione interiore. Non si tratta di ambientazioni o quinte, ma di luoghi attraversati dalle persone e segnati dai loro rapporti. Crepe nei muri, fili scoperti, tubi gocciolanti e tappeti consumati introducono una sensazione di instabilità, rendendo il dettaglio intimo un elemento pregno di memoria. Come osserva Devin N. Morris, “nessuna famiglia ha viaggiato più lontano del proprio tappeto”. La casa appare dunque come un deposito materiale, in cui si sovrappongono passaggi, abitudini e stratificazioni affettive.
In questo contesto, il lavoro di Chase agisce come un medium apertamente performativo. Le figure, costruite tramite campiture cromatiche dense, oltre che l’uso di glitter e make-up, non si limitano a occupare l’ambiente ma, elevando la propria funzione espressiva, finiscono per ordinarlo. L’impronta resta in equilibrio tra riconoscibilità e dissoluzione, mentre figurazione e astrazione coesistono senza cercare una sintesi definitiva. La costruzione del sé appare allora come processo, mai come forma stabilizzata.
Il progetto di Chase si fa radicale: ogni colore, ogni applicazione materica ridefinisce il corpo nero nella sua rappresentazione, interrogando pratiche di resistenza, cura e intimità nei contesti domestici e comunitari. In questo senso, il suo lavoro dialoga a livello concettuale con le ricerche di artisti come Mickalene Thomas o Kehinde Wiley, che hanno esplorato la visibilità e il potere del corpo nero, pur in linguaggi diversi. Chase dimostra come lo spazio e le azioni di ogni giorno possano diventare terreno di tensione politica ed emotiva, dove l’esperienza di sé non è fissa ma continuamente negoziata.
Questa dinamica è particolarmente evidente nelle opere ambientate nei luoghi del quartiere. Qui lo spazio pubblico diventa un’estensione della geografia dei legami. La comune pratica della spesa, l’incontro casuale tra i soggetti, si declinano in una coreografia di risonanza e interazioni. La saturazione cromatica dei prodotti e la fisicità dei volti restituiscono in tal senso una carica sia visiva che culturale.
Azioni minime — attendere, abitare, pulire — assumono un ruolo centrale nella costruzione della scena. La manifestazione corporea agisce come strumento d’azione, ma anche come elemento cumulativo dello spazio. L’atto domestico diventa così metafora di cura e di correlazione tra ambiente e persone. Un senso di fragilità emerge con particolare urgenza in Where Did You Go?, dove il codice scritto irrompe sulla superficie, sovrapponendosi alla carnalità delle figure e alla delicatezza dei fiori. L’interrogativo non segnala soltanto un’assenza; introduce una frattura temporale in cui desiderio e perdita si condensano in un intervento diretto, quasi nervoso.
Il registro adoperato mette in crisi le convenzioni legate alla definizione del corpo nero. L’accumulo dei materiali e dei segni genera dinamiche interne che richiedono una connessione attiva da parte dell’osservatore. Ancora una volta la pittura non rappresenta la figura: la produce come campo relazionale, come sostanza che abita e modifica lo spazio. In Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset, Chase evita qualsiasi narrazione lineare, preferendo costruire archivi interiori fatti di interventi, segni e ripetizioni.
La mostra invita infine a riflettere sul ruolo della pittura contemporanea come terreno di confronto e di osservazione profonda. Gli interni domestici della Gió Marconi si rivelano laboratori in cui la presenza agisce, lascia tracce e diventa protagonista dello spazio. Ne emerge un risultato vibrante, in cui colore e materia rifiutano il decorativo per farsi vettori di una sedimentazione insieme personale e collettiva, destinata a risuonare ben oltre i confini della tela.
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