Categorie: Mostre

Julian Rosefeldt riscrive la narrazione del Novecento attraverso il volto di Cate Blanchett

di - 6 Ottobre 2025

L’omaggio di Julian Rosefeldt (Monaco, 1965) alla cosiddetta bellezza autoriale dei manifesti artistici scritti lungo il ‘900 entra nel testuale per farsi immagine. Critica e missione, nell’accezione più laica che una tale parola può suggerire oggi, sulla soglia di un mondo che persevera nell’angustia di un cambiamento che pare arrivato al suo punto nodale. A dieci anni dalla sua prima apparizione nel 2015 presso ACMI – Australian Centre for the Moving Image di Melbourne, l’opera Manifesto – ora esposta fino al prossimo 25 novembre da XNL a Piacenza con la curatela di Paola Nicolin – è un insieme di tredici canali video con una sola interprete, la celebre Cate Blanchett, mutevole e composta, ammiccante e spudorata, eccessivamente “morale” o meccanica, a seconda di quale postura è chiamata a impersonare in ognuno dei brevi film che la vedono protagonista.

J. Rosefeldt, Manifesto, 2015, © Julian Rosefeldt

Il Manifesto di Rosefeldt è dunque un’opera fatta di opere, un insieme di schermi che se non sono tenuti a dialogare tra loro, accennano all’unità esplicitamente evocata dal sostantivo singolare del titolo. Un’unica faccia che ne mostra la variabilità, il pastiche di un medley che risulta, ad oggi, uno dei più compiuti per rilevanza e impatto, e sicuramente fuori dallo schema ideologico (dell’una o dell’altra parte) che ci aspetteremmo di vedere. È un manifesto che esce dal manifesto, ne recupera l’eredità per gettare le basi di una novità incitata, eppure, ancora tutta da venire. Novità in double face, pertanto, che se da un lato segna con splendida firma una regia di riprese aeree cadenti d’un tratto sulla visione d’interni e di particolari, dall’altro gioca con l’astante, nella misura del volto della protagonista che ammicca alla camera in una sorta di monologo inatteso e cantilenante come fosse un retto tono. Ciò che mostra non è altro che un dato di fatto, una memoria, una possibilità, una necessità impellente: un cambiamento che interroga la figura dell’artista come possibile rivoluzionario.

J. Rosefeldt, Manifesto, 2015, © Julian Rosefeldt

Rosefeldt fa quindi memoria di una materia eterogenea, giacché diversa fu per posizione l’esperienza estetica, teorica, attiva e riflessiva che ha accompagnato i manifesti del secolo breve nella storia della loro durata. Nel prologo sta l’inizio, la premonizione che risuona tanto attuale del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria», avevano scritto, come ad anticipare (nel disegno dell’opera in questione) una via possibile e di cammino nel caos della rovina. Un caos che come la buona etimologia suggerisce, non è solo l’antagonista dell’ordine (e forse non lo è mai stato), ma è l’atto dell’aprirsi, dello spalancarsi, nel tentativo laborioso e sofferente di incontrare una via buona tra le macerie di un crollo imminente. Il medley testuale che riunisce diversi spunti teorici tratti tra i più noti manifesti artistici, letterari, musicali, drammaturgici e cinematografici, accompagna, quindi, ogni singolo video.

J. Rosefeldt, Manifesto, Installation view, XNL Piacenza, 2015, ©Julian Rosefeldt, ph. Daniele Signaroldi

Le frasi estrapolate dai diversi contesti assumono le vesti dell’oggi. Stralci di Dadaismo nel discorso potente di una vedova durante il funerale; le parole del Futurismo e della sua antitradizione narrata da Guillaume Apollinaire entrano nei panni di un’elegantissima broker. Ciononostante ciò, l’artista tedesco non cede alla tentazione di una via unica. Le sprigiona tutte quante, passando dal Situazionismo (nel disordine di un bellissimo senzatetto), fino al recitato della Pop Art di Claes Oldenburg messo in bocca a una compostissima e tremenda madre tradizionalista seduta a tavola con la famiglia. E poi l’Arte Concettuale e il Minimalismo teletrasportati nell’edulcorata appariscenza di una telecronista e reporter. Ebbene, a che scopo se non per entrare nel cuore vorticoso del presente facendo in modo che la teoria non sia più un «manifesto», ma atteggiamento attivo, o ancora meglio, vissuto ed esperito? L’illogica attinenza tra la parola storica e la concretezza di contesti e persone oggi tra le più comuni, sono la chiave di lettura. Guardare al passato nell’ipotesi di una generazione e costruzione futura. Vivere la crisi nella consapevolezza che «niente è originale», dice l’insegnante che interpreta i manifesti cinematografici con le parole di Jim Jarmusch. «Ruba da qualsiasi cosa…E comunque ricorda sempre quello che ha detto Jean-Luc Godard: Non importa da dove prendi quello che prendi – ma dove lo porti».

J. Rosefeldt, Manifesto, Installation view, XNL Piacenza, 2015, ©Julian Rosefeldt, ph. Daniele Signaroldi

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