Safety Exit, Installation view © Ph: Francesco Piva
Un’installazione costituita da una successione di segnali d’uscita d’emergenza alla parete, uguali per colore e forma, anima gli spazi della galleria Marina Bastianello a Venezia. La tenue luce verde del led riscalda e illumina le fredde pareti bianche dello spazio. La segnaletica, alterata nel suo linguaggio figurativo comune, raffigura un uomo che corre invano cercando una via di fuga, senza certezze né destinazione.
Safety Exit è la mostra personale di Wang Jingyun (1996), artista cinese che già aveva collaborato con la gallerista Marina Bastianello, curatrice della prima esposizione personale dell’artista Blueprint (2023), presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.
Safety Exit, a cura di Elettra Arban, racconta del senso di incomunicabilità e smarrimento dell’uomo nella società contemporanea, attraverso elementi visivi che ne abitano la quotidianità e che ne metaforizzano la natura irrequieta.
Il filo narrativo di Safety Exit conduce lo spettatore in un percorso fatto di installazioni con luci al neon, opere su cartoncino e stampe xilografiche. Il risultato è un’estetica minimalista che si esprime con delicatezza e raffinata poeticità, ma che arriva allo spettatore con decisione e fermezza, incoraggiandolo alla riflessione. Le vie di fuga rappresentate, simbolo di sicurezza in situazioni di pericolo, adesso diventano metafora dello smarrimento e dell’incertezza dell’essere umano, talvolta impossibilitato a trovare una via di uscita di fronte alle difficoltà.
Il linguaggio visivo tipico della segnaletica d’emergenza compare anche alla parete d’ingresso: lo sguardo è attratto da una coppia di stampe xilografiche che rappresentano figure stilizzate su sfondo monocromo blu e verde mentre viaggiano su mezzi di trasporto urbano. Un momento di attesa che, se da una parte le cristallizza nel tempo, dall’altra ne rivela la natura incerta legata alla loro transitorietà.
La mostra, pertanto, esprime la sensibilità artistica di Wang Jingyun e rivela la sua poetica densa di significati e di molteplici sfumature, alcune più intime e nascoste: emerge con chiarezza e lucidità il conflitto interiore tra il desiderio di comunicare con l’altro e la sensazione di impotenza nata dalla difficoltà dell’uomo di esprimersi.
Sul pavimento, nella stanza centrale, una scritta al led lasciata a metà è circondata da un vortice di fili elettrici che la proteggono dalle minacce esterne e la alimentano allo stesso tempo. La scritta recita: “Too hard to say…”: è il limbo dell’incertezza, ignoto come il significato di una frase lasciata incompleta. Sulla parete di fianco, da una finestra bianca protetta da inferriate veneziane si intravedono le acque della laguna: è l’ennesima via di fuga sbarrata.
Di fianco, un bidoncino di plastica di color bianco riporta sul coperchio la scritta “nothing here” per ingannare lo spettatore non attento, ma rivela, al suo interno, scritte al neon dai toni caldi e freddi che parlano alla sensibilità umana, invitando a soddisfare un bisogno di luce e amore (“light” and “love”) necessario per andare avanti. Il bianco involucro del contenitore, confondendosi con lo spazio, nasconde ad uno sguardo non avveduto la vera natura del suo significato.
Safety Exit, in conclusione, è la mostra che abbraccia le fragilità della natura umana, il timore del futuro e le sfide del presente, invitando lo spettatore a concepire la “via di fuga” come un punto di partenza per la comprensione di sé e del mondo esterno.
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