Marinella Senatore. The Theatre of Commons, 2026, Credits Mazen Jannoun, Courtesy Mazzoleni
L’opera è il principio, ossia il dato concreto da cui non si può tornare indietro. Dalla sua osservazione tutto prende avvio. Considerazione e pensiero, riflessione e giudizio. La comprensione tutt’altro che scontata di un’immagine prodotta nelle forme più svariate. Nessuna intenzione vi è dunque nell’arte di Marinella Senatore, ma solo fatti nel corpo di opere e di quei lavori inediti che ora è possibile fruire presso la sede della Galleria Mazzoleni in via Senato 20 a Milano, fino al 27 giugno, 2026. Artista attivista, autrice di pratiche partecipative capaci di coinvolgere intere comunità nell’ambito di commissioni pubbliche nazionali e internazionali, non si dimentica tuttavia del focus necessario di un lavoro artistico.
Di quel principio che si pone, pertanto, lì nel mezzo, tra l’artista che lo porta in auge e la visione degli spettatori, ora sempre più necessari e necessariamente sempre meno passivi. Quel che determina la FESTA! che dà il titolo all’esposizione, va individuato nella pura forma, se per essa si intende l’insieme di azioni, manipolazioni, strumenti e materiali che concorrono alla sua realizzazione.
The Theatre of Commons (2026), arazzi e nulla più, si potrebbe dire, eppure così puntuali, determinati e vari nel loro ordito per scelta di tessuti e per le tecniche più disparate usate di volta in volta secondo le necessità . L’opera vince sul piano visivo e possiamo così domandarci: dove si intuisce nel “quadro” la traccia della sua storia? Il segno marcato di un atto che non toglie lo spunto autoriale dalla singola artista e, allo stesso tempo, riconduce al nesso con le mani che l’hanno, di fatto, tramata? Realizzati da maestri e artigiane della scuola Chanakya di Mumbai – piattaforma di apprendimento dedicata alle arti e ai mestieri che ha formato più di mille donne di ogni età e provenienza – si nutrono del sapere di oltre trecento tecniche di ricamo che permettono variazioni di densità , ritmo e tattilità , e innescano un’armonia tra empowerment femminile e memoria culturale.
Il riferimento è esplicito e duplice è il retaggio. L’azione partecipata da un lato, e la celebrazione per via di decori e tappezzerie dall’altro. Ricchezza e semplicità , artigianato che assume un ruolo per nulla secondario nella complessità esecutiva di un dato collettivo. La festa è la trama, e il paesaggio che ne deriva, scrive Marinella Senatore, «è un archivio culturale vivo che non si limita a conservare tracce, ma inscrive nelle sue forme le micronarrazioni della comunità ».
Patrimonio delle parate effimere di età barocca, delle manifestazioni carnascialesche così presenti tra il 1600 e il 1700, la meticolosità rappresentativa delle opere in mostra coinvolge fuori dalla comodità dello slogan, per cogliere nel fulcro del suo metodo l’intreccio ora tessuto da molteplici diversità e molteplici rapporti di mani e tecniche. La festa, la memoria e il sapere che non si presentano più nella loro professione attiva come un avvenimento contro o a difesa di qualcosa, ma per amore di ciò che si è. La grande aventure d’être moi, come cita una delle opere esposte.
Riflesso di quell’amore al gesto tanto evidente; alla cura di esso che la più grande arte della storia ci ricorda costantemente. Ebbene, negli arazzi di Marinella Senatore si affina la sua eco all’indomani di una tradizione che vede nella strada e nelle parate effimere, tanto quanto nelle macchine barocche, l’impeto intonato di forme e colori, fili e annodature; l’azione comunitaria nell’unità essenziale di un’opera.
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