MAXXI L' Aquila, Andrea Pazienza, Installation View. Photo Giorgio Benni Courtesy Fondazione MAXXI
Chiamare matematica ciò che, nell’opera di Andrea Pazienza (1956 – 1988), appare come esplosione continua, deriva incontrollata, febbre del segno, è una scelta tanto provocatoria quanto profondamente esatta. La mostra Andrea Pazienza. La matematica del segno, ospitata al MAXXI L’Aquila, non si limita a celebrare un anniversario (il settantesimo della nascita), ma affronta una questione critica rimasta a lungo sullo sfondo: l’esistenza, nell’opera di Pazienza, di una struttura interna rigorosa, di un ordine segreto che governa anche le forme più convulse e apparentemente anarchiche del suo immaginario.
La mostra, a cura di Giulia Ferracci e Oscar Glioti, in programma fino al 6 aprile 2026, propone quindi una doppia celebrazione per far scoprire al pubblico il cuore del processo creativo di un artista dall’eccezionale creatività che ha saputo trasformare il fumetto in una nuova arte. Concentrando l’attenzione sugli anni formativi di Andrea Pazienza, un periodo incredibilmente fertile in cui attraverso sperimentazioni continue arriverà a definire un linguaggio personale inconfondibile. Proponendo oltre trecento lavori, alcuni dei quali mai esposti prima, tra disegni infantili, tavole a china e composizioni ad acquerello e pennarello. Opere che evidenziano la sua capacità di unire precisione e immediatezza, controllo e slancio, in una tensione continua fra pittura e fumetto.
All’interno di Palazzo Ardinghelli, il percorso di mostra, articolato in sezioni cronologiche e tematiche, attraversa l’intera parabola creativa dell’artista, a partire dagli esordi, consentendo di cogliere Pazienza non come “genio irregolare” ma come autore pienamente consapevole, capace di muoversi con disinvoltura tra tradizione colta e cultura popolare, tra pittura e fumetto, tra citazione e sabotaggio. Il segno diventa pensiero, e il pensiero assume una forma visibile, incarnata. Nella prima sala sono raccolti l’autoritratto La mia miniera e Il mio funerale, realizzati rispettivamente a 19 e a 15 anni, insieme al testo scritto Amo composto nel 1974, tre opere che dichiarano una profonda e precoce consapevolezza personale e artistica.
Nelle sale successive, gli album da disegno di Pazienza bambino svelano il suo ricchissimo immaginario e testimoniano le prime sperimentazioni di narrazione per immagini, combinando testo e sequenze in gabbie grafiche originali. I lavori giovanili mostrano una precocità che non è soltanto tecnica ma ontologica. L’autoritratto, tema ricorrente, non è esercizio narcisistico ma dispositivo critico, luogo di tensione tra identità e finzione.
Negli anni di Pescara e poi di Bologna, il segno di Pazienza si carica di una duplice valenza: disciplina del disegno e spinta centrifuga che dissolve ogni gerarchia tra alto e basso. Il fumetto non è un genere, ma un campo di possibilità. Sono esposte alcune opere di grande formato su cartoncino, realizzate con un uso innovativo del pennarello. Spiccano Isa d’Estate, dedicata all’amica Isabella Damiani, raffigurata in abiti rinascimentali, sospesa tra classicismo e contemporaneità, e ancora Autoritratto come nobile olandese del Seicento, in cui l’autore dialoga con la storia dell’arte, e Autoritratto (Gramsci) che riflette il clima degli anni Settanta in Italia. Ancora del 1975 Paziembrandt, di cui è esposta la matrice in bianco e nero, e Madame Curaro, esempio inusuale di fusione tra elementi grafici e figurativi.
Personaggi come Pentothal e Zanardi non sono figure narrative ma dispositivi concettuali: il primo incarna la soggettività frantumata degli anni Settanta, il secondo il cinismo del riflusso. La mostra restituisce anche la dimensione pittorica dell’opera di Pazienza, spesso marginalizzata, rivelando un dialogo serrato con la storia dell’arte.
Una sezione speciale della mostra, a cura di Fanny Borel, è infine dedicata al contesto culturale pescarese e in particolare al Laboratorio d’Arte Convergenze, fondato e guidato da Peppino D’Emilio, un centro di sperimentazione e confronto, attivo dal 1973 al 1981, al quale Pazienza ha partecipato attivamente e dove nel 1975 ha inaugurato una personale di grande rilievo, tappa fondamentale per la sua affermazione e per l’apertura verso la scena artistica nazionale. La matematica del segno riesce a sottrarre Pazienza tanto alla mitologia dell’artista maledetto quanto alla nostalgia generazionale, restituendolo alla sua complessità storica e formale. L’eccesso si mostra come sistema, la vertigine come costruzione.
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