Scuola Piccola Zattere
Scuola Piccola Zattere, affacciata sul Canale della Giudecca a Venezia, è una realtà stratificata, dove si intrecciano non solo esposizioni di artisti internazionali —come la mostra di Gaëlle Choisne tenutasi quest’estate— ma anche performance, residenze, workshop pensati per il pubblico veneziano e così via.
La mostra ora in corso, intitolata R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît, si situa proprio all’intersecarsi di queste pratiche e rappresenta una messa in forma di processi: relazioni, tempi dilatati e pratiche che resistono alla spettacolarizzazione.
Le installazioni, i lavori video e sonori di Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo e del gruppo Osservatorio Sant’Anna condividono un’attitudine più che un’estetica. Tutte le opere nascono all’interno dei programmi di residenza e fellowship della Scuola e portano con sé le tracce di un lavoro lungo, spesso invisibile, fatto di incontri, tentativi e frizioni. È una mostra che non nasconde il proprio carattere processuale, anzi lo espone come valore, chiedendo allo spettatore di accettare una temporalità diversa, meno immediata, meno rassicurante.
Il riferimento ai cicli RSVP di Lawrence e Anna Halprin non è qui un semplice omaggio teorico, ma una chiave di lettura concreta. La nozione di score — e cioè di partitura aperta, istruzione attivabile — attraversa infatti l’intero progetto.
In questo senso, il lavoro di Aliaskar Abarkas agisce quasi come una dichiarazione di intenti. Ispirandosi a Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione di Vivaldi, l’artista riflette sulla forma del concerto come struttura di tensione tra individuo e collettività. L’installazione sonora presentata in mostra, insieme alle colorate vetrate che traducono la partitura musicale in cosmogrammi, restituisce la musica come pratica spaziale e rituale, capace di costruire comunità temporanee attraverso l’ascolto condiviso.
Il rapporto tra spazio e marginalità è invece al centro della video-installazione Where Architecture Ends di Nabil Aniss, che prende la Zaouia come dispositivo simbolico e politico. Lontano da qualsiasi esotismo, Aniss legge questo spazio di ritiro come una strategia architettonica che genera socialità proprio attraverso la restrizione. Il corpo — in particolare quello del coreografo Bilal Elhad — diventa il punto di condensazione di questa riflessione: archivio vivente, luogo di trasmissione, strumento di resistenza.
Con Diana Anselmo, la questione dell’ascolto si fa apertamente politica. La riconfigurazione installativa della lecture-performance Pas Moi mette in crisi il paradigma fonocentrico su cui si fondano tanto la modernità tecnologica quanto le sue derive abiliste. Attraverso una narrazione non vocale, Anselmo costruisce uno spazio in cui il silenzio non è mancanza, ma linguaggio altro, capace di ribaltare gerarchie percettive e culturali profondamente radicate.
Il progetto OSA – Osservatorio Sant’Anna sposta infine l’attenzione sul piano urbano e civico. L’archivio aperto presentato in mostra documenta un anno di pratiche collettive attorno a un edificio abbandonato nel sestiere di Castello, ma evita il rischio della semplice documentazione. Piuttosto, l’installazione funziona come un esercizio di immaginazione politica, una prefigurazione di ciò che uno spazio può diventare quando viene sottratto, anche temporaneamente, alle logiche dell’abbandono o della valorizzazione forzata.
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