Linda Fregni Nagler, Untitled (Pigeon) #1, 2023. Dalla serie / From the series News from Wonderland, 2023. Stampa ai sali d’argento, 100 x 150 cm. Courtesy collezione privata / private collection, Milano
Un’immagine porta con sé la sua storia. Una storia particolare; strana, per giunta. Una storia specificatamente visiva, ma che è capace, tuttavia, di rivelare il nostro non sapere quando ci poniamo di fronte ad essa. Una breve considerazione, questa, che sta alla base della mostra Anger Pleasure Fear di Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976), allestita a cura di Cecilia Canziani fino al prossimo 1° marzo 2026 presso la GAM di Torino.
Un’esposizione antologica che accorpa diverse serie di lavori sviluppati nell’arco di un ventennio e che riesce a trovare una sintesi tra le dinamiche intrinseche alla pratica dell’artista, la quale si muove tra la collezione di immagini anonime, fotografia e osservazione. Quasi che i tre aspetti non abbiano cesure divisorie reciproche e siano, in realtà , parte di un’unica esperienza. Malgrado il paradigma assertivo dell’immagine della nostra epoca, sempre più determinata da definite significazioni, quanto proposto, valica, invece, la soglia della possibilità del vedere intesa come fatto aperto e che spinge, inoltre, a un’attenta riflessione sul mezzo fotografico. Immagini trovate, pertanto, che l’artista assapora anche per molto tempo andando a scovare quei punti sematici che se, da un lato, ne rivelano traiettorie nuove e possibili, sopravvivono ai motivi storici della loro realizzazione.
Ebbene, può una fotografia del passato essere del presente? Tra The Hidden Mother (2006-13), presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 2013, opera che consta di oltre 990 daherrotipi, carte de visite e tintypes, in cui la presenza di un bambino cela il soggetto occultato della madre avvolta da un drappo; e Vater (Father), serie inedita dedicata al Mensur, violento duello rituale tra confraternite studentesche, Linda Fregni Nagler organizza la sua esposizione. Forse intuendo le diverse aperture che rendono le immagini così familiari, eppure incognite a tal punto da volerle dedicare tempo. Ed è qui lo snodo, giacché la percezione che si ha tra le sale della GAM ha a che vedere con il dare e ricevere tempo. Tempo dello sguardo, tempo dell’incontro, tempo di una rivelazione che si schiude piano piano, tra le sfumature anche tragiche della memoria. Il ciclo Pour commander a l’air (2014) composto da quindici fotografie e tre sculture prende spunto da una frase di Felix Nadar: «Être plus fort, plus lourd que l’air, pour commander à l’air» (essere più forti, più pesanti dell’aria, per comandare l’aria).
Fatti di cronaca di persone che precipitano dall’alto. Colte sul momento, ferme, tra la tensione di una caduta che non avviene e l’equilibrio instabile della posizione in cui sono sorprese. Ogni fotografia diventa, dunque, attesa. Indugio e sospensione che si mostra e desidera, tra la decisione dello scatto e la sua portata. Quando Louis Daguerre nel 1838 fotografa una strada di Parigi, il vuoto che si viene a generare nella stampa è dettato dalla lunga esposizione, piuttosto che dall’effettiva assenza di vita. Si era agli albori della conoscenza di un nuovo mezzo di rappresentazione, allora incapace di registrare il movimento. Con le sette stampe ai sali d’argento denominate Playgrounds (2006-in corso) Linda Fregni Nagler recupera la postura di quella prima fotografia. Decide di scattare di notte, con una lunga esposizione ritratti di parchi giochi. Immagini nitide, che vivono della luce notturna catturata dal mezzo meccanico. Fotografie, intervalli di tempo che, direbbe l’artista, contengono «una promessa latente».
Ossia, la curiosità di andare a vedere ciò che è stato, ma per focalizzarsi sul possibile di ciò che sarà . L’opera è l’insieme di tutto ciò. A ricordarci che una sola fotografia, il suo scatto, la sua stampa, è fertile di «incidenti rivelatori». L’intenzione documentaria permane, eppure gioca un ruolo ancor meno secondario se si è capaci di coglierla nei termini di una manifestazione non ancora del tutto afferrata. Ogni immagine si pone come un interrogativo perpetuo di fronte al quale, continua l’artista, dovremmo domandarci: «Cosa contiene davvero questa immagine?».
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