Categorie: Mostre

La ricerca del tempo discontinuo dell’arte: una mostra alla Fondazione Memmo di Roma

di - 10 Febbraio 2026

Sospesa tra memoria storica e istanze moderniste, Roma si conferma dimora e campo d’indagine inesauribile per la scena artistica nazionale e internazionale. In questo contesto, Conversation Piece agisce come un ponte per restituire una ricca rassegna al pubblico, trasformando il dialogo creativo in uno spazio di testimonianza collettiva. «Esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?», è la domanda posta agli artisti – Alicja Kwade, Paul Maheke, Enrique Ramírez, Prem Sahib, Henry Taylor – per questa nuova edizione, una mostra, dal titolo Affrettati Lentamente, che pone al suo centro il tempo dell’arte.

L’immediatezza che il pubblico subisce nel vedere un’opera finita, si configura come l’esito visibile di un processo lungo e stratificato. L’atto artistico si articola secondo una temporalità ora lineare ora discontinua, e oscilla tra accelerazioni e pause che ne compongono un diaframma. Un sistema di maturazione profonda dei saperi e delle pratiche dell’artista, che in opere come Superheavy Skies (2024) è anche il tempo della materia. Quella di Alicja Kwade è un’installazione “aperta”, che muta servendosi del contrappeso delle sue parti, un gioco di equilibrio e dinamismo che disvela l’aspetto volubile di un’opera d’arte.

Alicja Kwade. Installation view, Affrettati Lentamente, Conversation Piece Part XI, a cura di Marcello Smarrelli, Fondazione Memmo, 2026, foto Daniele Molajoli

Il lavoro di Kwade sfida la nostra percezione formale del termine tempo come di una dimensione che si misuri con un principio e una fine, sottraendogli il sistema di interpretazione umano e dandogli l’aspetto di uno spazio espanso – “aperto” alle trasformazioni. Una interpretazione di non linearità nel cui linguaggio trova espressione anche From light to dark in 3 months XII (91 days/2184) (2025). Si tratta di una composizione perigliosa di piccolissime lancette in ottone disposte su carta. Le più esterne, lasciate in purezza, si disperdono come portate via dal vento in uno spazio che riversa idealmente fuori dall’opera. Fragili, come fragile è la dimensione ordinaria delle cose invisibili. E via via che la spirale si assottiglia, le lancette sembrano invecchiare seguendo il naturale decorso del metallo. La tempera ghermisce l’ottone ora a una patina porosa ove si posano venature di verde e rosso-rame, ora a un nero opaco come l’ultima età della lega metallica. Lo spettatore cede all’istinto di sospendere ogni convincimento formale. La foggia della spirale scompare e la metafora figurativa è lampante!

Ma quella di Kwade non è l’unica opera in mostra a erompere il limite della tela, poiché con Hersh al Earl, when he was young, a youth (2022) la pittura di Henry Taylor prorompe visibilmente nello spazio antistante. Attraverso la lente dell’esperienza intima, Taylor satura la tela di pennellate profonde e decise, gli dà corpo e frammentazione, sfrutta l’elemento colore per creare due volumi di profondità e celebrare l’immagine. Scomponendo la pittura nei suoi singoli cromatici, l’artista sottrae allora l’intento stilistico del ritratto, trascendendo le sue parti di blu, rosso, verde e arancio sulla superficie nivea della galleria. Coriandoli di carta sparsi che mescolano identità e memoria dell’artista nel tempo cristallizzato di ciò che era un ritratto, suggerendo un momento celebrativo e un suo residuo.

Henry Taylor, Hershal Earl, when he was young, a youth, 2022, acrilico su tela, 182.9 x 137.2 x 3.8 cm. © Henry Taylor Courtesy the artist and Hauser & Wirth, foto Daniele Molajoli

Così facendo, Taylor vincola lo spazio concettuale dell’opera a una realtà vissuta che ha inasprito il suo ruolo come osservatore e attore. Egli vive l’esperienza del fare pittura con la stessa sincerità e purezza con cui racconta, attraverso di essa, l’esperienza della sua comunità. Perché le sue tele non sono solo un documento di critica e narrazione sociale, ma sono un manifesto di empatia e di forza.

Avamposti del tempo delle emozioni e della memoria, sono anche i lavori di Enrique Ramírez, che abita appieno lo spazio espositivo e per densità e per segmentazione della sua pratica artistica. Il mare, soggetto assolutamente caro all’artista, racconta dal tempo sospeso dell’attesa, a quello immaginifico della fantasia. E attraverso il paesaggio cileno, Ramírez fornisce una imperitura lettura dell’animo umano, invitando lo spettatore a una contemplazione partecipe e profonda dell’immagine.

C’è una radice nostalgica in tutte le sue opere, nella delicata misura in cui le guardi e ti lasci trasportare da esse con zelo e incanto. I lembi di vela, così densamente colorati e pensati nei vuoti di una vecchia fotografia, condensano nell’immagine uno o più punti di raccolta visiva. Le opere, così sospese in questa opalescenza, celebrano la fluttuazione del tempo come un’esperienza collettiva e, al contempo, profondamente privata. Nella serie Flotilla (2025), è il tempo delle possibilità e della speranza a fornire la trama. Ma è quello dell’ignoto a fare da collante, perché la natura dell’uomo si esibisce in tutte le sue forme, cruda e limpida, frangibile e durevole.

Enrique Ramìrez. Installation view, Affrettati Lentamente, Conversation Piece Part XI, a cura di Marcello Smarrelli, Fondazione Memmo, 2026, foto Daniele Molajoli

Queste e molte altre sono le opere e gli autori chiamati a rappresentare questa rassegna a cura di Marcello Smarrelli. La mostra parla per restituire e creare, perché un dibattito non si esaurisca finché non si esaurisce il tempo delle idee. Con la complicità delle aderenze narrative cui gli artisti hanno saputo riversare una buona contemplazione e pratica, l’esposizione ci consegna l’eredità di un processo in continua fioritura.

Enrique Ramìrez, dalla serie “Flotilla”, 2025, cornice acrilica con collage, fotografia, vela in dacron, 21 x 29 x 2 cm, courtesy l’artista, Michel Rein, Fondazione Memmo, foto Daniele Molajoli

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