Ignazio Gadaleta, Eccentrica concentrazione, 1988, olio su tela, 130 x 130 x 3,5 cm (particolare) Canosa, collezione Sinesi-Masciulli Photo Cosmo Laera
Se negli anni Venti del secolo scorso, Warburg, con l’assunto ‹‹Il buon Dio sta nel dettaglio›› – peraltro di controversa attribuzione poiché Panofsky ne ha ricondotto la paternità a Flaubert – ha sintetizzato un metodo interpretativo, Arasse, 70 anni, dopo ha addirittura colto in certi movimenti pittorici della modernità una ‹‹Religione del dettaglio››. Entrambe le espressioni, seppur fondate su motivazioni teorico-analitiche differenti, si sono imposte come indiscussi capisaldi di un modo di intendere e di guardare la pittura nei suoi significanti, collocandola su un livello mentale, e semiotico, complementare all’accadimento puramente visivo. Un dualismo che, per alcuni densi significati, trova un ideale riscontro nelle opere e nel titolo della mostra antologica in corso al Museo Diocesano di Molfetta dedicata a Ignazio Gadaleta.
Preghiera infinita è la testimonianza di un’incondizionata vocazione al colore, sintetizzando oltre un quarantennio di attività dell’artista, costantemente impegnato ad indagare l’elemento cromatico con rigorosa sapienza per rivelarne le proprietà percettive e fenomenologiche. Una visione – ben al di là quindi dell’intuizione – su cui si è evoluta l’intera produzione dell’autore, che considera la pittura un evento di carattere processuale nel suo manifestarsi all’osservatore. Per Gadaleta ogni dipinto ha dignità di soggetto con un’autonoma fisionomia, benché i 23 lavori presentati siano tutti accomunati da implicazioni compositive (ma supportate da un pensiero strutturato), che tracciano una continuità nella sua ricerca rendendola sempre coerente nelle diverse serie realizzate.
Dunque il dipinto non come oggetto formale nella sua compiuta finitezza, quanto piuttosto espressione plastico-corporale del colore restituito come principio di verità assoluta ma non univoca. Un ambito di studio affrontato dall’artista in maniera totalizzante nella complessità dei suoi aspetti più viscerali, specie il pathos della luce, fattore e vettore di suggestioni, analizzando lo scibile cromatico con l’approccio di un trattatista rinascimentale. Eppure vi si scorge un procedere da fiammingo per la resa lenticolare dei dettagli che fanno del colore un’esperienza conoscitiva, secondo una pratica condotta da Gadaleta già sul finire degli anni Settanta e documentata con le prime opere degli anni Ottanta che aprono il percorso espositivo.
In Immagine sospesa o sospensione immaginata del 1980, la dimensione onirica, che già di per sé rimanda a Mimesis (la sequenza installativa proposta in quell’anno alla mostra Laboratorio Puglia curata da Mimmo Conenna, tra l’altro anche occasione in cui Gadaleta e Crispolti si conoscono segnando l’avvio di un profondo e longevo confronto), si infittisce con pennellate dai toni grigio pastello, che rendono ancora più riuscita l’illusione ottica di sovrapposizione tra sfondo e cavalletto in primo piano. La stessa intenzione di nobilitare gli attrezzi del dipingere ritorna in Tela-io, dove artefice e strumento si immedesimano l’uno nell’altro in una sorta di autoritratto in forma di dichiarazione di fedeltà alla pittura.
Mentre in Blu oltre il mare del 1983 – antefatto di Oltre blu oltre del 2003 – la tavolozza accoglie una conchiglia inglobandola nella trasparenza di nuances dal ritmo vorticoso, amplificato nel dinamismo cinetico di vangoghiana memoria che pervade l’intero trittico. Certamente un omaggio al repertorio mediterraneo, dagli elementi ai colori, producendo un effetto sinestetico, laddove Gadaleta stesso rende esplicito il fascino esercitato dal blu ‹‹Come realtà cromatica caratterizzante la dimensione cosmica››, specificando che ‹‹Il pigmento ha sempre sollecitato la mia fantasia e le mie analisi››. Un’opera quindi anticipatrice nella misura in cui pone le premesse di un lavoro che negli anni si affina, stabilendo una continuità diretta tra il cosmico e l’infinitesimale, facendo coincidere due poli, non più opposti, in esiti dal sofisticato magnetismo.
Ne è un esempio Per occhi che vibrano del 1985 che racchiude e trattiene, nell’impenetrabilità del nero apparente, una stringente dialettica di segni assimilabili a brulicanti organismi unicellulari organizzati in strutture molecolari, imbastendo una trama di pattern biologici. I riverberi cromatici entrano in complicità con la luce fino a innescare un rapporto di causa-effetto che interessa tutta la superficie del dipinto, da cui affiorano le cangianti iridescenze di una labradorite, entrando dapprima in empatia con lo spettatore per poi catalizzarne lo sguardo in uno stato di contemplatio.
Mentre la materia pittorica si offre nella sua anatomia, il colore si destruttura in unità modulari. Vere e proprie creature embrionali che vivono di una propria individualità, pur attivandosi in un’interdipendenza tra micro e macro attraverso le strutture di tratti e linee che contrappuntano il campo visivo del dipinto.
E se in Eccentrica concentrazione del 1988 questi micro-sistemi segnici si formalizzano in triangolari architetture disposte ad incastro in un arazzo pittorico, nella tessitura cromatica di Mare oltre dello stesso anno la serrata concentrazione di angoli acuti e punte sublima il triangolo in un’apparizione speculare, che tende a trasfigurarsi nella compenetrazione di echi e dissolvenze. I motivi decorativi generati dal capillare perpetuarsi di fibre materiche evocano anch’essi, in una frequenza di dejà vu, la tradizione pugliese – ma di matrice bizantineggiante – richiamando metaforicamente il senso dell’archetipo, simboleggiato dalle tracce che scandagliano le tele, sezionate dai segni a cui forse Gadaleta attribuisce un valore memoriale, e primordiale, di radice assoluta.
Per quanto gran parte del processo cromatico si svolga sul piano dell’allusivo, risulta inequivocabile la volontà dell’artista di restituirci una pittura in forma di atto meditativo, secondo una dedizione paragonabile a quella di un abile miniaturista, non per l’esercizio da amanuense quanto per la trasmissione di un sapere e di un saper fare. La stesura delle pennellate impiegate quasi ossessivamente in un reticolo di tracce permanenti – che tuttavia non delimita ma introietta un impulso proiettandolo all’esterno del dipinto – assume una connotazione spazio-temporale lontana dall’effimero dell’hic et nunc ma sedimentata in un tempo diluito e proteso in un eterno immaginario.
Una spiritualità ancora più pregnante nella serie dei Virtuali (1992-2002) si concretizza con l’intensificarsi di una tensione ritmica scandita dalla sequenza di linee, smarcandosi sul fondo, in un’azione che si confonde nel gesto ma sempre minuziosamente ponderato, come dimostra l’armonico bilanciamento di ombre create dalla consistenza della pasta pittorica in Solare celeste del 1997. Persino gli spazi interstiziali tra le aggregazioni di segni – accolti a loro volta nei minuscoli riquadri che si propagano – in Preghiera ansiosa infinita del 2020 non sfuggono al fruitore, catturato dall’afflato di una luce che si configura come un dispositivo di introspezione, ponendo l’interlocutore nella condizione di sviluppare un’etica dello sguardo.
Un atteggiamento, suggerito in maniera velata dall’artista, che invita a rielaborare il modo di accostarsi alla pittura. Ed ecco che nel dettaglio si condensa il tentativo di intercettarvi una possibile verità, o risposta, sulla natura – e sull’origine – delle cose, nell’ordine delle rispettive dinamiche.
La mostra, organizzata dalla Cooperativa FeArt con il patrocinio della Diocesi di Molfetta e della Fondazione Museo Diocesano, sarà visitabile fino al 19 aprile.
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