Ambra Castagnetti, la Zona, installation view at Francesca Minini, Milan. Courtesy Francesca Minini, Milan. Ph. Andrea Rossetti
Ambra Castagnetti, nella sua personale da Francesca Minini (fino al 13 settembre, cui seguirà l’apertura di a House of Ink di Ali Kazma) osa, traveste e trasforma lo spazio in un territorio magico e insidioso, popolato da presenze che vivono di energia e ricco di citazioni che spaziano da Le Metamorfosi di Ovidio fino al Manifesto Xenofemminista del 2015, dalla corrente Cyber punk alla filmografia russa degli anni ’70 di Tarkovsky, da cui riprende il titolo della mostra, richiamandosi esplicitamente alla pellicola Stalker del 1979.
É Hypnaghot ad aprire il percorso espositivo che procede snodandosi verso l’ignoto, personificando un estratto, più che significativo, del film: «La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore». La scultura, che nel titolo si rifà a una fase del sonno, allude e ricontestualizza nell’estetica underground un personaggio di Tarkovsky (è sveglio o sta sognando?) che veste una corona di spine. È lecito pensare che Castagnetti ci stia portando in uno stato di sogno al limite tra la meditazione, introspettiva, e la lucidità, esteriore invitandoci a inspirare, espirare, chiudere gli occhi, rilassarsi, lasciarsi cadere e sprofondare.
Quattro figure femminili, sensuali, attraenti, fragili, dure e perturbanti – Scorpia, Salina (con la spina dorsale in bronzo e la coda di stagno), Boschiva e Brutal Victoria si ergono – suggerendo un’ispirazione rinascimentale e guidando il movimento – e ci conducono con una movenza che sintetizza l’urgenza e l’esigenza generazionale all’ibridazione antispecista e antibinarista, in un processo di simpoiesi tra l’elemento umano, animale, tecnologico, naturale. Sono – recuperando la riflessione di Melanie Kress in occasione della partecipazione di Castagnetti alla 59^ Biennale di Venezia – corpi consapevoli, artefatti fisici e simbolici, prodotti naturalmente, culturalmente e saldamente ancorati a un particolare momento storico.
Questa contemporanea e metamorfica processione – affiancata da una selezione di Ponycore serie, che stimola a lasciarsi cadere sprofondando dove il sonno si mescola al sogno e i confini si dissolvono liberandosi – culmina nell’installazione tanto immersiva quanto straniante che porta il titolo di Wall City. Buia a stimolare la vista, odorosa di muschio per sollecitare l’olfatto, suonata da un ruscello che chiama, forte, l’udito: che cos’è? Ricalcando l’estetica Cyber punk della cinematografia giapponese, la scatola magica Wall City non è affatto un luogo sereno come ordinariamente siamo portati a immaginare bensì è un’ibridazione filosofico tecnologica delle grandi metropoli asiatiche, in cui l’individuo diventa parte del paesaggio suburbano, e anzi deve imparare a viverlo e incorporarlo per non esserne sommerso.
Montando i sogni, la veglia, le speranze, le supposizioni e i ricordi con una sapiente mediazione tra fascino e mistero, Ambra Castagnetti ci pone di fronte ai problemi ineludibili dell’esistenza, aprendo una voragine nell’inconscio e nelle profondità della terra. Fragili e plasmabili nelle infinite possibilità di metamorfosi ed evoluzione che il credo della fluidità offre. Quanto può spaventare guardare dritto nell’abisso e rendersi conto che all’interno di quello stesso abisso vedremo la nostra immagine riflessa.
Non è un viaggio onirico, piuttosto una meditazione profonda dall’esito incerto, finanche disarmonico: forse non avremo le forze morali per credere in noi, ma ne avremo a sufficienza per guardarci dentro.
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