Giulio Malinverni, Natura viva, 2026, olio su granito marinace, 36 x 50 cm, dettaglio, Ph Francesco Piva
Venezia è, da un certo punto di vista, una città minerale: un mosaico di marmi, alabastri e onici che da secoli riflettono la luce mutevole della laguna. È in questo solco, tra geologia e artificio, che si inserisce il lavoro di Giulio Malinverni (Vercelli, 1994), artista che ha fatto di Venezia la sua casa e della pietra uno dei suoi interlocutori prediletti.
Con la mostra Natura morta, Natura viva, presentata alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Malinverni riporta alla luce una pratica antica e sofisticata: la pittura su supporto lapideo, tecnica che raggiunse il suo apice tra il Cinquecento e il Seicento con maestri del calibro di Sebastiano del Piombo.
L’approccio di Malinverni, tuttavia, non è una semplice citazione storica o un esercizio di stile: forte della sua formazione come restauratore di materiale lapideo, l’artista possiede una conoscenza “fisica” della pietra che gli permette di instaurare un vero e proprio corpo a corpo con la materia. Per Malinverni, il marmo o l’onice diventano così il principio generativo dell’immagine: le venature naturali, le cromie organiche e le imperfezioni del minerale suggeriscono al pennello forme di fiori, manti animali o paesaggi crepuscolari, in una sorta di rivelazione guidata dal caso e dalla natura.
Il percorso espositivo oggi presentato a Ca’ Pesaro mette in luce una tensione costante: quella tra l’immobilità eterna del regno minerale e la vitalità effimera di quello biologico. Nelle sue opere, l’intervento pittorico è ridotto all’essenziale, quasi a voler alleggerire il peso della pietra per trasformarla in piuma o petalo. Come sottolineato dalla curatrice Elisabetta Barisoni (con cui abbiamo parlato qui), Malinverni agisce come un alchimista o un mago: i suoi soggetti — bicchieri, animali, creature sospese in atmosfere fiabesche — sembrano emergere dalle profondità della terra, acquisendo un respiro di eternità che solo il supporto lapideo può conferire.
Questa scelta tecnica porta con sé un profondo significato simbolico: se nel XVI secolo, infatti, la pittura su pietra nasceva come risposta alla crisi dell’epoca — un segno di speranza e solidità in un tempo dominato dal Sacco di Roma — oggi Malinverni sembra riproporla come atto di resistenza contro la velocità e la fragilità del presente. Le sue immagini sono silenziose e meditate, invitano lo spettatore a riconsiderare il rapporto con ciò che percepiamo come statico, suggerendo che anche nel regno minerale custodi una forma latente di vita.
La collaborazione con la galleria Marignana Arte consolida il legame di Malinverni con il tessuto artistico veneziano, confermandolo come una delle voci più interessanti della nuova generazione. Natura morta, Natura viva non è solo una mostra, ma un’indagine poetica sulla capacità dell’arte di rendere visibile l’invisibile, dimostrando che tra un marmo millenario e un fiore appena sbocciato esiste una continuità profonda, unita dal gesto sacro della pittura.
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