Categorie: Mostre

Le inquietudini della contemporaneità raccontate da 29 artisti internazionali al MAST di Bologna

di - 12 Marzo 2024

La mostra dura fino al 30 giugno e presenta 29 artisti internazionali per 34 opere video che hanno durate medio lunghe o lunghissime come il documentario di 15 ore e dal titolo omonimo dell’acclamato regista Wang Bing, un bel tour-de-force!

Nell’introduzione, il curatore Urs Stahel sottolinea come la progressiva accelerazione, la saturazione data dalla quantità di informazioni e di dati, conducono a una semplificazione dei messaggi e della qualità della riflessione sul mondo che aprono ad una diminuzione della democrazia. Mentre crescono i rifiuti planetari, in misura proporzionale all’avanzamento dell’automazione tecnologica delle fabbriche, con conseguente aumento della disoccupazione. Infine l’ambiente e la natura sono irrimediabilmente depauperate e danneggiate, con pericolo di loro rivalsa come è accaduto con la crisi del COVID, e l’emigrazione raggiungerà quantità imprevedibili. La situazione attuale quindi viene quindi rappresentata come uno stato di vertigine, spaesamento, insicurezza, perdita di ancoraggio e certezze. Il panorama sociale-economico-politico in cui viviamo viene raffigurato a tinte fosche e i video confermano le problematiche accennate nello scritto.

Douwe Dijkstra, Neighbour Abdi, 2022

La mostra è divisa in sei sezioni tematiche che descrivono la nostra società attraverso il lavoro, i traffici, i nuovi comportamenti, la comunicazione, l’ambiente naturale, il contatto sociale e infine, gli “intermezzi”.

Provo a enucleare delle qualità espressive creando degli insiemi di artisti, che esulano dai raggruppamenti tematici, ma con l’avvertenza che gli artisti e le opere sono tutti di altissimo livello.

Video vibranti per l’atmosfera satura di colore, emozione e sospensione contemplativa sono i seguenti: Intermodal (2023) di Kaya & Blank  – entrambi del 1990 i più giovani della kermesse – rappresenta il movimento lento e ipnotico dei container nei porti di Los Angeles e Long Beach, in un’atmosfera notturna e sospesa. Un simile effetto pittorico è raggiunto con le dominanti accese e affocate di Tea Time (2017) di Ali Kazma, che restituisce, con la ritmica accelerata tipica dell’artista, i macchinari della fabbrica del vetro di Paşabahçe in Turchia. L’apoteosi di questa atmosfera in cui l’estetica dell’immagine domina il video, è costituita da Broken Spectre (2022) di Richard Mosse, artista caro al MAST, una video installazione immersiva con schermo lungo 20 metri che gode di un salone separato e suono “surround”. Il sonoro di tutti gli altri video si può invece ascoltare con il proprio smart-phone grazie ad un’applicazione attivata da un QRcode. Il video alterna i colori virati in rosa tipici della ricerca dell’artista a schermate in bianco e nero, grandi immagini che si rifanno alla fotografia documentaria storica si susseguono alle atmosfere acide, surreali e anche qui pittoriche riprese a volo d’uccello. Il soggetto è la spietata deforestazione dell’Amazzonia operata da Bolsonaro.

DIS, A Good Crisis, 2018

In coda a questo gruppo vorrei inserire Friend Watan (2013) di Chen Chieh-jen, a differenza degli altri qui c’è una figura, un uomo solitario che percorre gli spazi decadenti, ricoperti di polvere e rottami di una fabbrica in disuso; domina su tutte una tonalità cinerina e scura, che evoca uno stato d’animo d’abbandono e smarrimento.

Ali Kazma, Tea Time, 2017

Molti poi sono i video con performance isolate o collettive, che fanno risuonare idee di disperazione o ribellione e consapevolezza, come in Unboxing the Future (2019) di Anna Wit. Ma di questo mio gruppo in cui dei personaggi agiscono in vario modo, mi soffermerei sull’enigmatico e sospeso The Rise (2017) di Nina Fischer & Maron el Sani in cui un giovane vestito da impiegato sale correndo e ansimando le scale di un grattacielo, fino ad arrivare in cima e trovare un altro che era giunto prima di lui. Perfetta parabola dell’insensatezza della contemporanea condizione umana competitiva e vana.

L’ ultimo gruppo riguarda l’uso di un linguaggio che mescola visione dal vero e animazione, sperimentazioni narrative e vivacità di trovate e ironia. Asia One (2018) di Cao Fei costruisce una storia d’amore e isolamento nello scenario assurdo e fantascientifico di uno pseudo-Amazon cinese e pacchi che si muovono in sequenza in animazione. In Good Crisis (2018) del collettivo newyorkese DIS, un personaggio mascherato fa parte di un PSA, Public Service Announcement, che fa chiarezza in un mondo opaco. Anche Will Benedict con All Bleeding Stops Eventually (2019) usa degli animali digitali per descrivere l’attuale stato catastrofico del mondo. Infine Douwe Dijkstra mescola e manipola linguaggi come il documentario, il reportage, la storia biografica, decostruendoli e mostrando il making-off casereccio della storia dell’amico emigrato in Neighbour Abdi (2022).

Non posso esimermi da una coda, un ultimo accenno: Sowing the Seeds for the Future (2020) di Dominique Koch è una lunga poesia visiva riguardante il pericolo in cui incorre l’importante istituto di ricerca ICARDA (International Center for Agricoltural Research in the Dry Areas) essendo situato ad Aleppo in Siria. I riferimenti narrativi fantascientifici scaturiscono da Ursula K. Le Guin, Octavia E. Butler e James Briddle.

Chen Chieh-jen, Friend Watan, 2013
Richard Mosse, Broken Spectre, 2022

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