Marta Fàbregas, veduta della mostra, Saraceno Art Gallery, Roma, 2026
Quando l’immagine si configura per essere un ponte tra recupero e generazione, quell’immagine diventa un’evocazione al contempo del già vissuto e del possibile. Un’azione intima ma non privata, che pur nascendo nella quiete dello studio d’arte si rivolge con forza al mondo delle idee e del pensiero critico. Averne saputo intercettare una forma puntuale di rappresentazione, ha generato nell’opera di Marta Fàbregas delle nuove coordinate estetiche che compongono architetture inedite di memoria storica. Attraverso le sue soulimages, l’artista trasforma l’archivio fotografico in un dispositivo di riconoscimento umano, rendendo l’incontro con la figura femminile il fondamento di un’identità mai soggiogata alla cancellazione.
La personale Senza memoria nessun volto, ora in mostra alla Saraceno Art Gallery di Roma, a cura di Marilena Saraceno, racconta di un istinto, quello dell’artista, a non lasciare che la memoria diventi una superficie muta, ma carezzevole e dorata come la più preziosa delle cose mutevoli. I ritratti di donna, per la maggior parte aderenti alla sua serie New Horizon, sono spazi liminali di genealogia femminile.
L’esposizione sostiene una lettura che, da sinistra verso destra, esplora ogni ritaglio di forza delle donne cui è riposta la rappresentazione. Alla prima concedendo una veduta d’insieme aperta e lucente, la mostra si compone delle opere come di tanti punti di approdo visivo ora limpido ora bruno. I primi ritratti, incontrando la tensione tra l’io e il duo, rifuggono ogni forma di retorica celebrativa in favore di un essenziale emozionale puro, dove il nero non rappresenta un vuoto o un’assenza ma un grembo di silenzio fecondo.
In questo spazio intimo e generativo, le figure emergono con l’imprimitura di un abbraccio o la cura di un gesto piccolo, ma denso di tenerezza. Sotto la direzione dell’artista, l’immagine privilegia quella parte di delicata, e forte, e fragile, e apparentemente invisibile trama che intesse il filo delle connessioni profonde. Due mani che condividono un calice – New Horizon n.29 –, due sguardi impercettibili che guardano allo stesso orizzonte – New Horizon n.28 –. L’elemento fluviale è un lavacro che sottrae loro il sillogismo storico di dame o serve, così come la vegetazione, esile, e filiforme, e opaca, diventa un non-luogo in cui la loro presenza si impone come sculture liquide sospese in scenari desueti. Una stasi di pace che sfida la rigidità di ruoli imposti, e restituisce un’armonia composita in cui ogni elemento partecipa ad un’opera fertile, vibrante e audace.
Sulla parete opposta, si disegna uno spazio in cui il duo diventa un uno, per sovvertire ancora – con ogni mezzo iconografico – la lettura di una narrazione coloniale o puramente etnografica che ha confinato la figura femminile in un dispositivo di sterile bellezza. In opere come New Horizon n.30, ella è in posa, la schiena dritta e il portamento fiero, i capelli raccolti a impreziosire il monile che le orna il corpo. Tra le mani, stringe il frutto simbolo di una corruttibilità ormai superata, un ideale fuori scena che la rimette al centro della sua storia.
Sebbene nascosto, il frutto costringe lo sguardo dello spettatore a indugiare, mentre lei sembra non curarsene più. Coraggiosa e fiera, con ogni strato di carta, e di lino, con ogni frammento ora nascosto ora lampante, compone la propria immagine come le tanti parti di una vita compongono un’identità mai finita. Poiché la memoria non è un blocco monolitico ma un tessuto lacerato e pazientemente rammendato, l’arte di Fàbregas decide così di abitare con ardimento la coesistenza tra il dolore della ferita e l’indomita tempra della bellezza.
In ultima indagine, le opere minerali della serie Where the Horizon Begins, pesate sui toni del bianco polvere, destituiscono la figura femminile del fardello dell’eredità. Questa gravosa semantica del cesto sul capo, muta per diventare virtù. È una metafora visiva potente, che in un’epoca di consumo visivo bulimico deposita il valore del pensiero critico e ci costringe a cristallizzare lo sguardo per tornare a far parlare di sé.
Le protagoniste scelte da Marta Fàbregas sublimano a icone di resilienza che parlano la lingua della dignità ritrovata, complice il documento d’archivio che, come una reliquia contemporanea, invita a guardare sotto tanti strati di civiltà. In uno spazio in cui il tempo rallenta e la memoria si ricompone, l’artista restituisce legittimità e appartenenza a ogni voce rimasta fioca.
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