Categorie: Mostre

L’illusione di eliminare i luoghi comuni. La storia radicale di Nicola L. al Museion di Bolzano

di - 26 Ottobre 2025

“Sono l’ultima donna oggetto” recita il titolo di una delle sculture più famose di Nicola L., la Little TV Woman: I Am the last Women Object. Annidato in un corpo femminile in vinile c’è un piccolo mobile tv, sul cui schermo scorrono frasi che invitano a toccare la donna, sì, ma per un’ultima volta. Sono trascorsi ormai quasi sessant’anni da quest’opera, e la fiducia di Nicola L. (1932–2018) sulla fine di certi stereotipi era forse un po’ ingenua, tanto che il suo ottimismo è stato definito delirante. Eppure, la sua capacità di dare una forma concreta, giocosa e intuitiva alla critica femminista, agli ideali di uguaglianza e libertà, insomma di dare forma all’utopia attraverso l’arte, sa ancora colpirci.

All’opera radicale della celebre artista francese, figlia spirituale dei movimenti culturali e politici degli anni Sessanta, il Museion di Bolzano dedica la prima mostra museale in Italia (in corso fino all’01 marzo 2026). La vasta retrospettiva, realizzata in collaborazione con il Camden Art Centre di Londra, il Frac Bretagne di Rennes e la Kunsthalle Wien, recupera il senso e l’attualità della postura politica di Nicola L., come spiega la curatrice della mostra, Leonie Radine: «In un presente segnato da guerre, violenze diffuse e democrazie minacciate, la forza urgente delle forme di protesta morbide di Nicola L. si rivela nella sua opposizione radicale, lontana da una visione egocentrica del mondo e nel suo ottimismo contagioso, sempre orientato alla ricerca di amore e connessione». L’esposizione, che dalla celebre donna-tv prende il titolo I Am The Last Woman Object, propone ottanta lavori creati nell’arco di cinquant’anni, dal 1964 al 2014, provenienti dall’archivio dell’artista e dalla Galleria Alison Jacques di Londra.

Nicola L., Little TV Woman “I Am the Last Woman Object”

Nata nel 1932 a El Jadida in Marocco da genitori francesi, Nicole Jeannine Suzanne Leuthe cambia il nome nella versione maschile quando si iscrive all’École des Beaux-Arts di Parigi per studiare pittura, medium che poi abbandonerà. La sua vita è nomade: tra Parigi, Bruxelles, Ibiza e New York, attraversa mondi diversi — dai caffè letterari parigini alla sottocultura queer del Chelsea Hotel, dove vivrà per molti anni, fino allo spiritualismo delle comunità artistiche di Ibiza. L’elenco delle personalità con cui Nicola L. entra in contatto è lunghissimo – tra queste ci sono l’artista Alberto Greco e le artiste Marta Minujín, Carolee Schneemann, Orlan, ma anche attiviste come Angela Davis. Ad Abbie Hoffman, dei Chicago Seven dedica anche un documentario, esposto a Bolzano. È un’esistenza caleidoscopica e sfuggente, quella di Nicola L., come lo è anche la sua arte, accostata alla Pop Art, al Nouveaux Réalisme e al Fluxus, con incursioni nel design. Un tratto costante del suo lavoro è l’esplorazione ossessiva della geografia più prossima, il corpo femminile, che si espande poi allo spazio domestico e quindi allo spazio urbano.

Nicola L., Nicola L. wearing her pénétrable in her apartment at the Chelsea Hotel

“Same Skin for Everybody”, un’unica pelle per tutti, recita la scritta su uno dei banner di protesta che ci accolgono nella mostra a Museion. Sono opere tessili, parenti di quelle che il critico Pierre Restany battezza come pénétrables: teli, mantelle e cappe ed environment indossabili, che Nicola L. produce dalla metà degli anni sessanta, nel pieno clima delle proteste contro la guerra in Vietnam e quindi del Maggio francese, quando l’arte è militanza.

Nicola L., © Luca Guadagnini

«Apro la valigia e invito i passanti a entrare e condividere l’impermeabile. Undici persone che non si conoscono sono unite da una pelle comune: si parlano, si aiutano a indossare l’impermeabile e camminano insieme» raccontava l’artista a proposito del suo Red Coat. L’impermeabile collettivo, realizzato per il concerto degli amici musicisti Gilberto Gil e Caetano Veloso sulla piovosa Isola di Wight nel 1970, viene poi performato da Nicola L. attraverso diverse città europee e statunitensi. In mostra, un film del 2009 racconta l’impresa, come anche un altro pezzo della serie, il Black Coat, del 1996 – che però ha una presenza quasi esoterica, rituale (e il pensiero corre ai lavori tessili di Ana Lupas). Un’impressione analoga suscitano i pénétrables singoli, che invitano a calarsi simbolicamente nel ruolo del sole, della luna o del cielo. C’è un che di tenero e sinistro al contempo in queste goffe creature di stoffa grezza, appese con le braccia flosce e silenti: il rischio è che rimangano reliquie museali di un tempo che fu. Richiederebbero una “riattivazione” che si può sperimentare, in altra forma, nella Fur Room.

Nicola-L, © Luca Guadagnini

Pensata per una mostra alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1970, la grande installazione, riproposta a Museion, è rivestita di pelliccia sintetica viola con forme indossabili; “l’anonimato delle tenute infilate permette di toccare gli altri mentre ci si lascia toccare senza conoscersi”, si legge nel catalogo della mostra. Il pubblico del 2025 rimarrà solo divertito dall’esperienza fluffy o si farà emozionare dal brivido analogico di un contatto fisico con altri visitatori, magari sconosciuti?

La presenza dell’instancabile energia vitalistica di Nicola L. si fa più vibrante nel grande spazio del quarto piano di Museion, popolato dalla sgargiante ironia delle sue soft sculptures, sculture morbide sovradimensionate, e dai suoi mobili. Una gigantografia ce la restituisce sorridente, mentre nasconde il corpo nudo dietro l’enorme piede- scultura di vinile nero. In un’altra immagine d’archivio Nicola L. alza le braccia al cielo, vestita da uno dei suoi pénétrables con la scritta cloud: un gesto che oggi appare struggente, ma necessario, rappresentativo di un certo modo concepire l’arte e di stare al mondo.

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