Pierre Huyghe, (from left to right) Abyssal Plane, 2015, Collezione La Gaia, Busca—Italia, Circadian Dilemma (el Dia del Ojo), 2017, Private Collection, Germany. Installation view, “Pierre Huyghe. Liminal”, 2024, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Ola Rindal © Palazzo Grassi, Pinault Collection
«Un viaggio affascinante durante il quale l’artista ha via via scartato le tante tracce possibili, per dirigersi con sempre maggiore rigore verso le sue scelte definitive. Sotto il suo impulso, gli spazi di Punta della Dogana si sono trasformati in una sequenza immersiva culminante nel cubo di Tadao Ando.», così Bruno Racine spiega il percorso dell’artista nella creazione di questa mostra. Ed è proprio questa la sensazione che si prova visitando “Liminal” di Pierre Huyghe, partendo dal buio fitto e a tratti destabilizzante delle prime sale ci si incammina attraverso scenari sempre nuovi che ci permettono di comprendere i punti fondamentali del lavoro di Huyghe. Una riflessione di inaudita audacia sulla nostra condizione. Infatti le opere, pensate come dei sistemi in perpetuo cambiamento, ci rendono partecipi di un percorso che percepiamo come in continua evoluzione.
Se a primo impatto ci si trova in una mostra che presenta i più recenti sviluppi della scienza e della tecnologia,ad un secondo sguardo il reale fulcro di questa esposizione si dimostra invece essere la cultura, passata, presente e futura, di cui i visitatori fanno esperienza lungo questo suggestivo percorso intitolato Liminal.
Pierre Huyghe è riuscito a trasformare Punta della Dogana in un luogo altro, popolato da creature umane e non umane, diventando il luogo in cui si formano «soggettività in perenne processo di apprendimento, trasformazione e ibridazione. » Il primo incontro è quello con l’opera Liminal, da cui prende il titolo la mostra, una simulazione di un personaggio enigmatico dalla forma umana, spogliato di tutto, senza mondo, senza cervello e senza volto. Una figura che racconta molto della ricerca, molto spesso filosofica, dell’artista, è un personaggio che impersonifica un passaggio tra mondi che non si conoscono, «tra la nostra realtà sensibile e un’entità inumana. »
È uno spazio liminale, una soglia, quella che Pierre Huyghe ci chiede di esperire visitando questa mostra, i lavori stessi sono itinerari non ancora completi, e che non intendono esserlo, integrati dalla presenza dello spettatore, parte centrale dell’idea di esposizione dell’artista. L’ambiente è reso ancora più straniante da un suono, infatti nelle sale risuonano contemporaneamente voci sconosciute, una lingua inedita idiom si autogenera e si sviluppa durante tutto il periodo della mostra, grazie a maschere capaci di captare stimoli esterni, indossate da personaggi che si muovono nello spazio di Punta della Dogana.
Proseguendo il percorso, ci si ritrova davanti al film Human Mask, un’opera che per filosofo Tobias Rees, «rappresenta la rottura di Huyghe con l’umano. Una mise-en-scène, una spietata denuncia dell’umano come condizione di possibilità della moderna esperienza del reale. ». L’opera rivela una scimmia che indossa una maschera umana e che, da sola, ripete gli stessi gesti, come un automa, in un ristorante abbandonato nei dintorni di Fukushima, in Giappone. Una scrupolosa testimonianza dei disastri «provocati dalla distinzione di umani, natura e tecnologia in categorie ontologiche a tenuta stagna, Human Mask non offre vie di scampo a tali disastri: sfuggire è impossibile, perché Huyghe aderisce rigorosamente alle tre categorie ontologiche, senza mai sconfessarle.».
La ricerca dell’artista può infatti essere racchiusa nel costante desiderio di superare i confini quelli tra uomo e animale o tra uomo e macchina, per spingerli più avanti o annullarli, minando le nostre certezze in un perpetuo gioco di finzioni e mascheramenti. Liminal è infatti prima di tutto una grande sfida che l’artista ha accettato di affrontare insieme alla curatrice Anne Stenne, creando un progetto che si pone l’obiettivo di colpire nel profondo il visitatore.
Dal film Camata montato in tempo reale, senza inizio e senza fine, che mostra un rituale sconosciuto e in costante evoluzione, fino a una serie di immagini mentali, prodotte dall’attività cerebrale di una persona mentre immagina Annlee, un celebre personaggio d’animazione. Tutte le opere prendono parte e ci rendono elementi attivi di un rituale imprevedibile che si rigenera continuamente, mettendo in discussione la nostra percezione della realtà e rendendo ogni visita completamente nuova.
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