Jean Tinguely, Meta Maxi, 1986, HangarBicocca Milano. On loan from Mercedes Benz Collection. Courtesy Pirelli Hangar Bicocca, Milan. Credits SIAE 2024, Ph. Agostino Osio
Arrivato alla retrospettiva di Jean Tinguely, in corso a Milano negli spazi di Pirelli HangarBicocca, mi sorprende una classe di scuola elementare ordinatamente disposta davanti a Cercle et carrré-éclatés (1981), grande scultura cinetica composta da cerchi e fili metallici. Parenti e visitatori incuriositi incorniciano la scena, mentre i bambini, armati ciascuno di diverse forme geometriche in cartone – quadrati, rettangoli, trapezi – a imitazione del marchingegno retrostante, attendono con pazienza. La maestra fa un cenno e lo spettacolo prende il via: uno alla volta, da sinistra verso destra, i giovani performer iniziano a manovrare le proprie forme accompagnando il gesto con suoni ripetitivi. Il risultato è un’orchestrina cacofonica, i cui piccoli ingranaggi compongono una macchina umana e imperfetta. Quale immagine più efficace per catturare lo spirito del lavoro di Tinguely (Friburgo, 1925 – Berna, 1991), la cui lunga produzione trova un emblema nell’idea della macchina “inutile”, non produttiva.
La mostra, visitabile fino al 2 febbraio 2025 e a cura di Camille Morineau, Lucia Pesapane e Vicente Todolí con Fiammetta Griccioli, propone una generosa selezione di opere e materiali d’archivio di questo rappresentante del Nouveau Réalisme. Si parte dalle prime sperimentazioni parigine degli anni Cinquanta fino alla produzione più tarda, caratterizzata da rumore, imponenza, colore. Disposte per le Navate dello spazio museale, le sculture affollano lo spazio come una processione di Carnevale; realizzate con materiali di scarto e oggetti trovati, creature Frankensteiniane di vetro, gomma e metallo, ben si abbinano con le sale di HangarBicocca, il cui passato industriale rievoca l’attitudine di Tinguely ad aprire il suo lavoro a materiali non tradizionali. Ecco biciclette, capi di abbigliamento, motori, materiali organici quali piume, teschi di animali (Vive Marcel Duchamp, 1991), uccelli imbalsamati (Lampe No. 2, 1972), una lista senza fine che testimonia l’eclettica prolificità dell’artista svizzero.
A ben guardare, si percepisce ancora la traccia di una riflessione, nella ricerca di Tinguely, sull’incontinenza produttiva dell’allora emergente società dei consumi. La scoperta Dada e Surrealista dell’objet trouvé, si mescola con la fascinazione, d’impronta americana (Alexander Calder fu per lui sin dall’inizio un’influenza importante), per la produzione in serie. Ed è proprio a partire dagli scarti di questa produzione che Tinguely crea le sue macchine imperfette; come Homage to New York (1960), scultura cinetica realizzata in occasione della sua prima visita negli Stati Uniti e programmata per autodistruggersi nel giro di 27 minuti circa (da cui la giustificabile assenza nella mostra). Contrapporre all’efficienza capitalista della tecnica l’inutilità, spettacolare, dell’opera d’arte: trovata radicale da cercare, nel percorso espositivo, nei momenti in cui la dimensione performativa dei marchingegni è portata in primo piano, sia tramite la loro periodica attivazione sia nelle documentazioni originali. Come il filmato di Le Trasport (1960), occasione in cui Tinguely fece sfilare le sue sculture per le strade parigine, dallo studio alla galleria, parata poi fermata dalla polizia.
Ciò che colpisce nel video è la reazione degli spettatori: chi ride, chi si mostra perplesso, chi ancora decide di unirsi alla processione. Un’atmosfera di meraviglia e stupore resa possibile dall’inaspettata conflagrazione tra arte e vita. Sessant’anni dopo, Tinguely è oramai istituzionalizzato, e per le sale dell’Hangar buona parte dei visitatori cammina silenziosa e assorta; l’incanto c’è, ma diverso, disciplinato, quel genere di pacata ammirazione che sentiamo consona davanti alla storia ufficiale dell’arte. L’impressione è che Tinguely fosse più interessato nel suo lavoro a inseguire il primo tipo di reazione; lui stesso, definiva la sua macchina ideale «gioiosa – e con gioiosa intendo libera». Non è un caso che il suo ultimo gesto creativo sia stato un finale tentativo di provocazione: far aprire il corteo del proprio funerale da Klamauk (1979), una delle sue sculture più cacofoniche.
Il loro creatore non c’è più, ma i motori delle sue creature rimangono accessi, indaffarate nel loro lavorio senza fine. Forse, come i bambini felicemente dimostravano, il modo migliore per rendere giustizia allo spirito di Tinguely è proprio prendere parte a questa danza meccanica, immaginarsi macchine, mescolare le carte, e fare un po’ di rumore.
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Bellissima! Conoscevo Tinguely ma andro' a vedere la mostra!!!