Categorie: Mostre

Lo spirito primitivo in 100 opere d’arte, al Musée Zadkine di Parigi

di - 21 Dicembre 2021

Al Musée Zadkine di Parigi è aperta l’esposizione “L’Âme primitive”, fino al 27 febbraio 2022, a cura di Jeanne Brun e Claire Le Restif, con la collaborazione di Pauline Créteur del Musée Zadkine, che riempie tutti gli spazi del piccolo museo/atelier di Ossip Zadkine (Vicebsk, 1890 – Parigi, 1967) con quasi 100 opere: sculture, dipinti, grafiche e video, eccezionali prestiti da istituzioni pubbliche, collezionisti, gallerie, artisti contemporanei, tra cui alcuni vengono mostrati per la prima volta.

L’innamoramento etnografico

Per meglio comprendere il senso di questa proposta è opportuno richiamare la grande mostra “Chagall, Modigliani, Soutine…Paris pour école, 1905-1940”, appena chiusa al MahJ di Parigi – Musée d’Art et d’Histoire du Judaïsme, dove l’esposizione della vasta produzione creativa a Parigi agli inizi del secolo scorso, tra l’altro metteva in luce nella ricerca di Derain, Matisse, Picasso e Zadkine il particolare influsso esercitato dall’innamoramento per le opere provenienti dall’Africa e dal Pacifico scovate nelle collezioni etnografiche. Emergeva con chiarezza come il nuovo linguaggio scultoreo ispirato al “primitivo” scaturisse tra l’altro dalla sfiducia diffusa in quella fase fra gli artisti nei confronti della civiltà moderna e dei suoi valori, e per Zadkine specificamente come si associasse a un profondo apprezzamento dell’artigianato e dei pittori del suo paese natale, all’ispirazione creativa legata al lavoro manuale e alle profondità dell’anima russa.

Nel gesto dell’artigiano, nell’ingenuità dei “pittori di segni” della sua nativa Russia, Zadkine non vedeva una mancanza di conoscenza o tecnica ma l’esempio, scomparso o minacciato, di un vero legame col mondo e, allo stesso tempo, un aggancio con le sue radici nel movimento neo-primitivista apparso in Russia dal 1910.

Questa piccola mostra si muove in quel mondo stratificato di immagini e di suggestioni e il fulcro emozionale intorno al quale sono state scelte le opere è la rappresentazione primitiva. In essa, la spiritualità sembra emergere dall’animalità e nel riproporne i principi iconici continua fino a oggi la ricerca della profondità nella semplificazione e il tentativo di ricongiungere l’umano nel naturale.

A partire dalla deità cicladica ieratica del II millennio proveniente dal Louvre, una statua di un periodo che è per tutti l’archetipo dell’arte primitiva, la percezione prevalente è la contiguità fra le diverse opere e la partecipazione alla capacità condivisa nel tempo di andare alle radici della visione rappresentativa.

Una passeggiata aperta, alla scoperta dell’anima primitiva

Al di là di ogni pretesa esaustiva, la mostra si presenta come una passeggiata aperta, negli spazi luminosi dell’atelier dell’artista che ruotano intorno a un giardino costellato di sculture, scandita da tre temi principali nel continuo scambio tra opere moderne e contemporanee. Introdotto da una prima sezione che nella scelta dei lavori tende a sdrammatizzare e ribaltare il concetto di “primitivo”, il percorso prosegue con due capitoli complementari, dedicati a due importanti ragioni del primitivismo: il corpo e l’abitare.

Alle tante bellissime opere di Zadkine di proprietà del museo e alle testimonianze di August Rodin con due opere degli ultimi anni, sorprendenti ballerine di argilla nude, oscene e aggraziate, e di Jean Arp, Marc Chagall, Andre Derain, Natal’ja Gončarova, Hannah Hoch, Wassily Kandinsky, Fernand Leger, Helen Reimann, si affiancano quelle di un certo numero di nostri contemporanei, in una mescolanza solo apparentemente casuale e, invece, ricca di profonde risonanze. Fra queste il suggestivo bronzo Homme lion di Abraham Poincheval, le patate scolpite nel legno di Laurent Le Deunff, le piccole figure di nudo in terracotta di Louis Fratino, le sculture di ceramica e sabbia di Rebecca Digne, La guerriera, olio provocatorio di Miriam Cahn e di Marisa Merz, scelta con grande acutezza, i profili, di cui quello del manifesto della mostra, che emergono da una foschia di delicati colori pastello e una testa in argilla degli anni ‘80 dai tratti sbiaditi quasi cancellati dal tempo.

E il canto di “quell’anima primitiva” che esprimono le opere di Zadkine, dei suoi contemporanei che si proclamavano selvaggi, bestie, neoprimitivisti e di quelli che oggi continuano a rappresentare “quanto un uomo può patire”, si diffonde in quest’immersione tra nostalgia per il paradiso perduto, persistenze di culture arcaiche e aspirazioni a scoprire l’essenza del mondo.

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