Marco Bernardi, Egonoclastia, veduta della mostra, Ex Elettrofonica, Roma
Al di là di ogni cifra e pratica stilistica, ciò che immediatamente emanano i lavori e, in generale, le mostre di Marco Bernardi è una (apparente) atmosfera di leggera, sarcastica ironia, segnata da uno sguardo disincantato, con un fare che richiama la stravaganza e la derisione dada. Le sue macchine celibi, di duchampiana matrice e tinguelyana filiazione, costruiscono un (apparente) semplice environment che mette in crisi il consueto significato connaturato all’oggetto di comune uso. Non a caso Tristan Tzara sentenziò che «La logica è sempre falsa. Essa trae la vita dalle cose». E sono proprio le “cose” esposte in Egonoclastia, a costruire un percorso nella percezione del tempo e delle immagini. All’interno di Ex Elettrofonica, a Roma, sono così disposti diversi assemblaggi, macchine che non producono niente, realizzate e modellate, come suo solito, con oggetti di recupero.
Con la stessa infantile curiosità, Marco Bernardi continua a smontare oggetti, per trovarne l’essenza e liberarli della “tirannia dell’utilità” – o, come sostiene Bernardi, «La tirannia dell’algoritmo» -, per dar loro una forma, una funzione e un significato diversi. Basti ricordare lavori come Topi Meccanici (2015), Non riflettere (2022), Cervelletto con rotella e Cuori di stoffa. Come anche il suo sarcasmo, col quale guarda il mondo politico ed economico che lo circonda, ben esplicato nelle serie Italiette Prêt-à-porter ed Europa Europa.
Curata da Anna Simone, in questa personale c’è sì la nota ironia di Marco Bernardi ma anche la tessitura di un racconto più articolato e riflessivo. Le sue macchine celibi, pur mantenendo la loro inutilità e, a volte, anche una natura finemente didascalica, bloccano lo sguardo affinché riesca a cogliere le differenze, a vedere l’universo che non si palesa e che, tuttavia, è dietro ognuna di loro, a partire proprio dall’atto creativo manuale.
Attraverso un titolo che indica uno studiato gioco di parole – Ego e iconoclastia -, oltre a voler riflettere sul veloce consumo delle immagini che moltiplicano in maniera esponenziale l’ego di ogni individuo, che dalla consistenza del nero, sfuma in quello del bianco, fino a evaporare (Matrici), sottolinea come su tutto domina il tempo che, se galantuomo, manterrà la memoria del veloce passaggio di ognuno di noi, oppure lo renderà un’anonima sagoma confusa tra la massa di altrettante ignote sagome. Quelle stesse sagome che, agli albori di Facebook, indicavano il profilo di chi iscritto. Quelle immagini che, alla fine, si perdono in una sorta di omologazione.
Comunque, quel tempo che appare fermo, immobile, stagnante, e che, invece, impercettibilmente trascorre, inesorabile, srotolando quel famoso filo rosso – che caratterizza Snodatore – e che le Parche possono recidere in qualsiasi momento. Quel tempo che può dare un ritmo, anche sballato, alle vite di ognuno (Metronomo), o fortuito (Clessidra sbagliata che, secondo chi scrive, è l’opera più potente tra i lavori in mostra).
Com’è noto, negli esseri umani, la gestione delle emozioni, soprattutto di paura e di ansia provocate da pericoli ambientali e cognizioni sociali, è regolata dall’amigdala. E, non a caso, Amigdala, una sua rappresentazione grafica con i flussi emozionali, apre tutto il percorso espositivo. Quelle emozioni che possono trovare espressione e consistenza attraverso l’esplorazione delle tavole di Rorchach, che Marco Bernardi rielabora in S-macchie, la grande installazione a parete, composta da circa 90 fogli su cui ha steso delle macchie di vernice nera. Per questo, ASPETTO, la parola installata a parete, acquista una doppia valenza: indicare l’apparenza esteriore, se letto come sostantivo, nonché attesa di qualcuno o qualcosa, se letta come voce verbale.
Dunque, una mostra capace di coinvolgere e affascinare, invitando a una profonda riflessione sul nostro ego nel mondo. Ma con una buona dose di leggerezza.
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