Marisa Merz, veduta della mostra, Thomas Dane Gallery, Napoli, 2024. Ph. Elisa Partenzi
L’universo di Marisa Merz trova ampio respiro nella mostra dedicatale presso le sale della Thomas Dane Gallery di Napoli. Mai vincolata a un unico mezzo espressivo, la ricerca dell’artista torinese, nata nel 1926 e scomparsa nel 2019, si avvale di tecniche artistiche sempre differenti, che vanno dal disegno alla scultura, dalla pittura all’installazione. In particolare, nel percorso della mostra, possiamo scorgere prevalentemente disegni e sculture in argilla cruda. Dagli anni Ottanta infatti, parallelamente alla produzione delle piccole teste modellate in argilla, già iniziata nel decennio precedente, Marisa Merz si dedicò alla realizzazione di disegni e dipinti che vedono la centralità del volto, in particolare quello femminile.
L’artista inoltre recupera tecniche proprie dell’artigianalità femminile, in particolare l’intreccio, come emerge dalle trame realizzate con i fili di rame. La ricerca di Merz si sviluppa su due direttrici principali: ponendo l’accento sulla manualità del fare artistico ma indagando anche la precarietà e le fragilità umane.
I disegni quasi evanescenti, presenti nelle varie sale della galleria napoletana, evidenziano una riflessione sull’identità. I lavori non sono definiti, sembrano confusi ed esprimono una difficoltà nel mettere a fuoco l’identità, che appare tormentata. Inoltre l’uso preponderante del colore nero sembra confermare una crisi dell’io. «Le pitture e le sculture di Marisa Merz esprimono un grande turbamento dell’identità», scrive Tommaso Trini. Una coltre nebulosa non permette al volto di emergere completamente e rimane intrappolato nel limbo.
Proseguendo nel percorso è possibile ammirare anche alcuni dipinti, il cui soggetto è sempre il volto femminile. Questi presentano delle note di colore, a differenza della serie di disegni realizzati col colore nero e l’oro. Un’ampia sala è dedicata a un grande dipinto del 2016 che raffigura il volto di una donna sulla cui grande chioma dorata si dipanano una serie di mani di colore azzurro che sembrano volerla confondere e farla piombare nell’oscuro oblio che si manifesta alle sue spalle.
Mentre nelle sale successive gli altri dipinti colorati sono completati con il rame, un materiale che Marisa Merz utilizza sin dall’inizio della sua carriera in quanto si tratta di un elemento povero e duttile, confacente alle premesse dell’Arte Povera e legato alla metamorfosi creativa. Un dipinto è appoggiato su una grande lastra di rame mentre, nell’ultima sala, l’opera policrom è completata da una serie di fili di rame messi in tensione che, sovrapponendosi al dipinto, creano degli effetti luminosi quando i raggi solari li colpiscono.
Il rame ritorna anche nella sala principale, che affaccia direttamente sul mare. Sul pavimento notiamo immediatamente un’opera formata da un grande triangolo in paraffina, poggiato su un tappeto persiano, sopra al quale vengono tesi di nuovo dei fili di rame che dirigono il nostro sguardo verso la punta della forma geometrica.
Un sentimento preponderante e evidente nelle opere di Marisa Merz è quindi la precarietà dell’identità e la confusione che ne consegue. Infatti questo turbamento viene espresso formalmente dalla tensione stessa dei fili di rame e anche dall’aggrovigliamento di pensieri che traspare nei volti confusi.
La mostra sarà in esposizione alla Thomas Dane Gallery di Napoli fino al 23 marzo 2024.
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