Chiara Calore (Abano Terme, 1994), Mater terribilis, 2023, dittico, olio su tela / diptych, oil on canvas, 180 x 400 cm
Nella storia dell’uomo, dai tempi remoti ai più recenti, il mito ha avuto un ruolo importantissimo per la comprensione del mondo e dell’uomo stesso, al quale è stato fondamentale per indagare le proprie pulsioni e i propri comportamenti. Per questo motivo il mito permane fino ai tempi a noi più vicini, mantenendo le proprie fondamenta di significato, necessarie per smuovere le corde dell’emotività umana, dai suoi aspetti positivi e gioiosi a quelli cupi dettati da rabbia e tristezza.
Medea rappresenta una delle protagoniste mitologiche più importanti in assoluto, continuamente citata nel tempo da drammaturghi, filosofi e artisti, che affascinati dalla terribile storia che la riguarda, hanno sfruttato il mito per addentrarsi in visioni e riflessioni importanti che da sempre turbano l’animo e le certezze dell’uomo. Dove porta l’ira? È possibile controllarla? Può mai essere più forte dell’amore per i propri figli? Euripide risponde a queste domande raccontando di una donna – Medea per l’appunto – turbata dal tradimento dal suo amato Giasone, fino a perdere il lume della lucidità e uccidere i propri figli.
A tornare sulle orme di un mito mai dimenticato è il critico d’arte Demetrio Paparoni, curatore di Medea, la mostra che celebra questo personaggio controverso ed estremamente contemporaneo, dove è possibile rintracciare caratteristiche delle relazioni del nostro tempo, in cui diciassette artisti (Margaux Bricler, Chiara Calore, Cian Dayrit, Helgi Thorgils Fridjónsson, Francesco De Grandi, Ruprecht Von Kaufmann, Rusudan Khizanishvili, Sverre Malling, Rafael Megall, Daniel Pitin, Ruben Pang, Nazzarena Poli Maramotti, Vera Portatadino, Nicola Samorì, Natee Utarit, Wang Guangyi, Yue Minjun) provenienti da tutto il mondo sono stati invitati a riflettere appositamente per questa mostra, sulla figura della maga Medea.
Dalla fotografia alla pittura, le opere esposte segnano un percorso attraverso la maternità, l’innocenza infantile, la vita e la morte, ma soprattutto attraverso una femminilità seducente e sensuale, ma anche gelida e potente che pervade lo spazio, sovente citando capolavori storici. È il caso di Nicola Samorì che per Medea rende la giovinezza a Esone si lascia ispirare da una pittura su pietra di Pasquale Ottino. Ai piedi dell’esteso mosaico pittorico, Esone giace sdraiato con il volto rivolto a Medea, nuda e seducente mentre brillante viene fuori dal fondale buio, assumendo una postura che dichiara la forza della donna.
Ma è anche il caso di Mater Terribilis di Chiara Calore che richiama il pittore ottocentesco Henri Klagmann e dove il dettaglio della mano che impugna il coltello, spezza il gioco spensierato dei bambini ai piedi della maga, scuotendo –come è tipico del mito– le suggestioni di chi passeggia fra tanta violenza e solitudine. Sono proprio queste due a caratterizzare la figura di Medea e la mostra che ne prende il nome, come nel caso più esemplificativo dell’installazione L’omelette tragique (Sêma, Sôma) di Margaux Bricler, in cui si fotografa nuda durante la propria gravidanza, con ai piedi dei gusci di uova simbolo di nascita e presagio di qualcosa di atroce. Ad ultimare l’installazione un drappo intriso di sangue e sovrastato da un coltello, che raccontano una vicenda accaduta alla quale non si era presenti, ma di cui si conosce l’esito.
Nulla è trascurato, persino l’innocenza che un tempo apparteneva a Medea, che Francesco De Grandi raffigura in età infantile mentre gioca con un serpente nell’opera Medea nel giardino di Colchide riportando ad un tempo quasi preistorico dove tutto appare ancora puro, in cui è difficile immaginare il futuro che conosciamo. La stessa innocenza è appartenuta soprattutto ai figli uccisi, ritratti da Natee Utarit nel suo monumentale trittico Two Boys and The Sacrifice, mostrando una veduta sconcertante di un appartamento contemporaneo in cui restano i corpi e i segnali di un premeditato infanticidio. I celebri tagli di fontana rimandano visivamente alle pugnalate inferte da Medea ai propri figli, mentre al centro della scena Medea di William Wetmore osserva i corpi dei bambini ritratti in Medea e Giasone di Charles Andrè van Loo, qui riportato sullo sfondo.
Intensa e drammatica, questa mostra testimonia la forza originaria del mito con una puntualità disarmante, che non può fare a meno di far riflettere ai più recenti fatti d’attualità legati agli innumerevoli casi di infanticidio per vendetta di cui sentiamo parlare ogni giorno. Medea, così, non è più un solo mito – creduto lontano e improbabile – ma atroce attualità che soltanto l’arte può mostrare con virtuosa sensibilità e precisione.
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