Membrane, veduta della mostra, Contemporary Cluster, Roma, 2025
SarĂ visitabile fino al 27 giugno, presso gli spazi di Contemporary Cluster a Roma, la mostra collettiva MEMBRANE, a cura di Federico Montagna, che riunisce sei artisti italiani e internazionali – Bram Braam, Giovanni de Cataldo, Inma FemenĂa, Tycjan Knut, Vikenti Komitski, Alessandro Vizzini – attorno a una riflessione condivisa sui concetti di superficie come spazio relazionale e di materia in trasformazione.
Il titolo della mostra allude a una soglia: la membrana è al tempo stesso barriera e veicolo, filtro e supporto. L’esposizione si concentra dunque sulla possibilità di esistenza di una zona porosa di scambio, assorbimento e sedimentazione. Seguendo il pensiero della psicologa e psicoterapeuta Giuliana Bruno, citata come riferimento curatoriale, ogni immagine diventa involucro, archivio tattile di esperienze che si depositano nel visibile.
In questa prospettiva, le opere si offrono come tracce, configurazioni temporanee di una materia che si mostra instabile, capace di scivolare tra stati solidi e liquidi, visibile e invisibile. I lavori esposti in mostra, tra installazioni, sculture e composizioni di materiali ibridi, si articolano lungo un percorso che mette in discussione l’apparente stabilità degli oggetti, interrogando la loro dimensione intermediale.
Bram Braam (1980, Sittard, NL) raccoglie frammenti urbani e li ricompone in strutture che simulano ordine ma rivelano tensioni latenti, archiviando lo scarto tra natura e cultura industriale. Giovanni de Cataldo (1990, Roma, IT) trasforma oggetti comuni, come panchine, guardrail, fontanelle, in segni simbolici di un’identitĂ urbana condivisa, dove spiritualitĂ e subculture plasmano una memoria collettiva stratificata. Inma FemenĂa (1985, Pego, ES) muove tra tangibile e intangibile, fissando su superfici flessibili la luce e i riflessi dell’ambiente digitale, interrogando i limiti della nostra percezione visiva.
Tycjan Knut (1985, Varsavia, PO) abbandona la pittura come immagine per restituirla a una vibrazione quasi spirituale: superfici monocrome e cangianti che assorbono e diffondono luce, oltre i confini della tela. Vikenti Komitski (1983, Sofia, BG) costruisce reliquie di un Modernismo esaurito, intrecciando materiali industriali e memorie artigianali per evocare un tempo sospeso tra utopia fallita e presente disilluso. Le sculture di Alessandro Vizzini (1985, Cagliari, IT), disposte come reperti immaginifici, condensano atmosfere e paesaggi interiori in forme geometriche, patinate, cromaticamente sature, che respirano l’eco salmastra di una terra non del tutto perduta.
Il risultato è un ambiente che mette lo spettatore a confronto con oggetti che sollecitano un’esperienza spaziale e tattile, instabile tra costruzione e disgregazione. La materia non si presenta come entità passiva ma come soggetto attivo di senso, dove la distinzione tra superficie e profondità si fa sempre più incerta.
«Interagire con la materia nel processo artistico, infatti, non significa solamente rapportarsi al mondo con la consapevolezza di poterne plasmare o reinterpretarne la natura, ma porta a scavare anche tra le sue implicazioni oggettive per sviscerare nuovi, possibili risvolti restituendoci un frammento di vita che altrimenti scorrerebbe impassibile davanti ai nostri occhi», spiega Montagna, nel testo che accompagna la mostra.
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