Mishka Henner, Ezekiel's Vision of the Wheels Full of Eyes
In un mondo in cui il confine tra documento, simulazione e immaginazione diventa sempre più sottile, continuiamo a credere a ciò che vediamo, nonostante tutto. Con Seeing is Believing. Vedere per Credere, visitabile fino al 3 maggio a Palazzo Santa Margherita di Modena, la Fondazione Ago presenta la prima mostra personale in Italia dell’artista Mishka Henner: un percorso di 25 opere inedite che interrogano la fotografia diventa linguaggio delle sfumature, tra simulazione e atto di fede, per approfondire il rapporto tra immagini, verità e tecnologia nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Curata da Chiara Dall’Olio, la mostra prende avvio da una domanda netta: che cos’è oggi la fotografia? In un contesto in cui l’immagine non nasce più necessariamente dall’obiettivo di una macchina fotografica ma può essere generata attraverso un prompt testuale, Henner esplora la trasformazione della fotografia in un sistema visivo sempre più fluido, plasmato da strutture linguistiche complesse, algoritmi e immaginario collettivo.
Nato a Bruxelles nel 1976 e attivo nel Regno Unito, Mishka Henner sviluppa da anni una ricerca che indaga il modo in cui i sistemi di visione – tecnologici, politici e culturali – influenzano ciò che vediamo e crediamo. Nei suoi lavori ha utilizzato strumenti come immagini satellitari, feed di sorveglianza e intelligenza artificiale per analizzare le infrastrutture visive che organizzano la produzione contemporanea delle immagini. Progetti come Dutch Landscapes (2011), Feedlots (2012–13) e The Fertile Image (2020) hanno esplorato il rapporto tra fotografia, potere e tecnologia.
Le sue opere sono state esposte in istituzioni internazionali tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi, il Victoria & Albert Museum di Londra e la Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera. Nel 2013 ha ricevuto l’Infinity Award for Art dell’International Center of Photography ed è stato finalista al Deutsche Börse Photography Prize.
Il progetto espositivo si articola in quattro sezioni e reinterpreta il documento fotografico come uno strumento per mettere in discussione il tradizionale legame tra immagine e verità. In questo scenario, ciò che appare credibile non coincide necessariamente con ciò che è reale.
La prima sezione, The Word. La parola, è composta esclusivamente da testo. L’installazione raccoglie 1.418 definizioni della frase “La fotografia è”, individuate nel dicembre 2025 attraverso i motori di ricerca in lingua italiana. Le frasi vengono proiettate e lette in sequenza per una durata complessiva di oltre quattro ore, offrendo una sorta di archivio collettivo delle percezioni contemporanee della fotografia. L’opera aggiorna un progetto analogo realizzato dall’artista nel 2010 in lingua inglese e restituisce un mosaico di definizioni spesso contraddittorie, che riflettono la natura instabile e in continua evoluzione del medium fotografico.
Il percorso prosegue con The Relic. La reliquia, una serie di immagini generate con l’intelligenza artificiale che assumono la forma di fotografie Polaroid apparentemente scattate migliaia di anni fa. Le immagini raffigurano episodi biblici – dalla moglie di Lot trasformata in statua di sale all’Arca di Noè, dal sacrificio di Isacco all’Ultima Cena – come se fossero documenti visivi sopravvissuti al tempo. Attraverso l’uso combinato di testi biblici, iconografia medievale e ricostruzioni storiche, Henner produce immagini ucroniche, impossibili ma credibili, mettendo in discussione l’autorità visiva della fotografia e il nostro bisogno di autenticità.
La terza sezione, The Icon. L’icona, propone ritratti fotografici di santi generati dall’intelligenza artificiale a partire da modelli iconografici medievali. Se le icone tradizionali rappresentavano la sacralità attraverso codici simbolici – come il fondo oro o la frontalità ieratica – le immagini di Henner restituiscono figure sorprendentemente umane, volti realistici, luce naturale ed espressioni intime che sembrano riportare i santi nel presente. Il passaggio dal simbolico al corporeo riduce la distanza tra osservatore e soggetto e invita a immaginare queste figure come persone reali, potenzialmente davanti a una macchina fotografica.
Chiude il percorso The Light (New Light). La luce (nuova luce), un’installazione in cui un grande schermo fluttuante attraversa lentamente l’intera gamma dei colori digitali, oltre 16 milioni di sfumature che si susseguono nell’arco di circa dodici ore. Ogni giorno la proiezione riparte da un punto diverso dello spettro cromatico, trasformando l’esperienza visiva in un processo contemplativo. L’opera richiama la dimensione più elementare della fotografia: la luce, energia fondamentale che rende possibile la formazione dell’immagine, sia analogica sia digitale.
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