Maryam Firuzi, Reading on Teheran Streets, 2017 Courtesy of Pier Luigi Gibelli copyright Maryam Firuzi
Ereditare il mondo non significa possederlo, ma imparare a guardarlo. Ogni fotografia è la traccia di uno sguardo che ci ha preceduto, un frammento di tempo e di memoria che continua a vivere oltre l’istante in cui è stato catturato. Guardare queste immagini vuol dire allora accettare l’eredità . Fermarsi e osservare, lasciandosi attraversare da ciò che mostrano senza la fretta di giudicare. Perché ogni fotografia porta con sé una storia e spesso uno sguardo che non coincide mai completamente con il nostro. Non è forse questo il senso dell’arte? Aprire uno spazio di riflessione, portarci a guardare dentro di noi e restare nel mondo con una visione più attenta e sensibile.
Partendo da questa riflessione, possiamo allora addentrarci nella mostra 100 fotografie per ereditare il mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, fino al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti, prodotto da 24 ORE Cultura. Le immagini selezionate non seguono gerarchie estetiche o cronologiche. Il percorso espositivo si articola in sei sezioni e prende avvio da un tempo in cui le immagini erano rare, quasi preziose. Silhouette e dagherrotipi raccontano il momento in cui la fotografia entra lentamente nella vita quotidiana e l’immagine diventa uno strumento sociale, l’atmosfera che si respira è romantica, calda e coinvolgente. Da qui in poi la mostra prende progressivamente forma e le immagini cominciano a svelare il loro racconto, guidando lo sguardo in un crescendo di emozioni. Dalle prime sperimentazioni tecniche dei pionieri come Niépce e Daguerre, che aprono nuove possibilità di osservazione del mondo, la fotografia evolve fino alla modernità , andando oltre la semplice documentazione del reale e diventando uno strumento di creazione.
La metamorfosi è ben visibile nelle avanguardie del Novecento, con figure come Man Ray o Henri Cartier-Bresson, insieme alle ricerche poetiche di Mario Giacomelli e alle provocazioni concettuali di Joan Fontcuberta. Il percorso si apre poi a un racconto più ampio in cui la fotografia diventa memoria. Immagini che hanno segnato la storia recente, come Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, testimone della Grande Depressione, o gli scatti realizzati da Joel Meyerowitz in Rescue Teams on the Plaza (2001), mostrano come il fotografo offra il proprio sguardo sul mondo, denunciando ciò che accade e immortalando eventi straordinari. Proseguendo, l’intimità diventa un terreno di esplorazione, gli artisti indagano i corpi. Pierre Molinier e Robert Mapplethorpe sfumano i confini dell’identità , trasformando ogni immagine in uno specchio dell’interiorità e della vulnerabilità umana. Verso la fine di questo viaggio, nelle ultime sezioni, ci si sente parte di ciò che si osserva. Travolti dai temi contemporanei, riconosciamo noi stessi e la società in cui viviamo.
Si aprono mondi evocativi, dove il reale si trasforma in scenari surreali e scenografici. Artisti come Newsha Tavakolian, Sandy Skoglund, David LaChapelle e Mat Collishaw usano l’immagine come metafora e racconto. I fotografi contemporanei, tra cui Ebrahim Noroozi, Agnese Purgatorio, Guillaume Bression, Gohar Dashti, Alba Zari e Fabrizio Spucches mostrano il nostro tempo, tra migrazioni, conflitti, crisi ambientali e battaglie per l’affermazione della donna, mostrando un presente instabile e sempre individualista. In un tempo segnato da trasformazioni e cambiamenti, immerso in una società bulimica di immagini, la fotografia continua a sorprendere e a suggerire riflessioni. Forse è banale dire che si tratta di un viaggio nella storia dell’umano, eppure proprio la storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli stessi errori. In questo senso, l’arte in tutte le sue forme ha una responsabilità preziosa, quella di non farci dimenticare. Soprattutto oggi.
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