Derrick Cross, 1985 courtesy Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Tra le figure più incisive e controverse del Novecento, Robert Mapplethorpe ha dato origine a una ricerca in cui la fotografia diventa pratica totale, inseparabile dall’esperienza personale e dalle relazioni che ne hanno costellato l’esistenza. Nato a New York nel 1946 e morto nella stessa città nel 1989, a soli quarantadue anni, per complicazioni legate all’AIDS, Mapplethorpe ha attraversato poco più di due decenni di attività lasciando un corpus di immagini che continua a metterci in crisi. Ne parla la grande retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio allestita a Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, all’interno del programma culturale dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Curata da Denis Curti, la mostra è il secondo capitolo di una trilogia inaugurata a Venezia presso Le Stanze della Fotografia e destinata a proseguire a Roma.
Maturato al Pratt Institute di Brooklyn nei primi anni Sessanta, una delle scuole d’arte e design più vivaci degli Stati Uniti, frequentata anche da Robert Rauschenberg (1925–2008), Ellsworth Kelly (1923–2015) e Ad Reinhardt (1913–1967), Mapplethorpe entra presto in contatto con la scena artistica e musicale newyorkese. Decisivo è l’incontro con Patti Smith (Chicago, 1946), cantautrice e poetessa nel 1967. I due si spartiscono anni di precarietà, definizione e scoperta reciproca, vivendo a lungo al Chelsea Hotel, rifugio storico di poeti e creativi, crocevia della cultura alternativa del secondo Novecento.
Quel legame, raccontato da Smith nel memoir Just Kids, non era solo un capitolo di esordio, ma una solenne promessa: sostenersi a vicenda, sperimentare linguaggi e stili, tradurre l’inventiva in opere indelebili. Fin dagli inizi, il mezzo fotografico diventa uno strumento di relazione, favorito anche dall’uso del medio formato, in particolare della Hasselblad 500, che impone tempi lenti e una prossimità fisica con i soggetti. Amici, spesso amanti, sono ritratti come individui coinvolti in un tempo condiviso, che a posteriori sappiamo essere stato insieme fragile e fondativo.
La liberazione sessuale, le battaglie per i diritti civili, la nascita di comunità artistiche e politiche alternative, così come l’intreccio tra arti visive, suono e performance, aprivano allora uno spazio inedito di esplorazione. All’immaginario di Mapplethorpe contribuiscono due impulsi solo apparentemente inconciliabili: da un lato l’adesione a un ideale di ordine, equilibrio e misura, dall’altro l’attrazione per l’eccesso, il desiderio, l’eros.
Questa dialettica attraversa l’intera produzione e consente di leggere le immagini non come provocazioni isolate, ma come esiti coerenti di uno stesso approccio. Corpi, volti, sculture classiche e fiori sono sottoposti al medesimo trattamento di frontalità, isolamento, chiarezza compositiva generando una dirompente intensità. In questo modo l’elemento dionisiaco non esplode mai in modo caotico, ma viene attraversato da una struttura apollinea che ne amplifica la forza. Proprio questa coesistenza tra disciplina e spinta impedisce di ridurre l’opera a una lettura scandalistica o trasgressiva. Le immagini non cercano lo shock fine a sé stesso, ma tengono insieme ordine e desiderio, forma e contenuto, attraverso una cura maniacale della stampa, una composizione rigorosa e un controllo tonale costante. Il percorso milanese segue la messa a punto di un linguaggio sempre più riconoscibile, dai primi, bellissimi collage meno noti fino ai menzionati celebri ritratti.
A completare il progetto milanese, il podcast Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario (Milano, 1984), e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che attraverso 257 opere ricostruisce l’evoluzione del suo vocabolario. Un insieme che conferma come l’opera di Mapplethorpe continui a parlarci di responsabilità dello sguardo e dello scambio, inevitabilmente politico, tra vita e rappresentazione.
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