Nasi per l'Arte, Palazzo Merulana, Roma
Un signore attempato osserva con rapita attenzione un quadro di Antonio Donghi. Ciò che colpisce però è una curiosa anomalia prossemica: la distanza è così ravvicinata che il naso dell’eccentrico spettatore si schiaccia contro la tela. Dopo un istante di spaesamento ci avvediamo della finzione. A soccorrerci è Melania Rossi, ideatrice e curatrice, assieme a Joanna De Vos, di questa mostra assai singolare,“Nasi per l’arte”, allestita a Palazzo Merulana, la splendida, luminosa sede della Fondazione Cerasi.
«E’ un’installazione di Jean Fabre, un autoritratto dell’artista a grandezza naturale con il volto schiacciato contro una riproduzione dei Saltimbanchi di Donghi (il quadro originale si trova nell’altra sala), quasi a volersi fondere con il dipinto: una sorta di incontro-scontro con la tradizione in cui leggiamo il desiderio, da parte di Fabre, di misurarsi con l’arte del passato», ci spiega la curatrice, interpretando l’opera a nostro beneficio.
Protagonista assoluto della coinvolgente collettiva che stiamo visitando è il naso, inteso, ex abrupto, come prominenza fisica – eccolo aggettare con baldanza da alcune divertenti creazioni di Ontani e di Cattelan – ma, anche, come organo olfattivo (ci soffermiamo, in proposito, sul Vaprofumo, una tela di Giacomo Balla esemplare di quella compenetrazione sensoriale tanto cara alla poetica futurista); ovvero come allusione metonimica al cosiddetto “fiuto per l’arte”. Con esplicito riferimento al fiuto collezionistico dei coniugi Cerasi ed anche – senza dubbio – al fiuto delle due curatrici, che hanno abilmente escogitato un percorso espositivo dialogico, articolato su più livelli: quello tematico, denunciato nel titolo dato alla mostra; quello affiorante dalla intrusione audace di opere d’arte contemporanea nel bel mezzo della collezione Cerasi (dedicata, principalmente, ai primi decenni del Novecento); il confronto inusuale tra artisti italiani e belgi (perché belga è una delle due curatrici), quasi a voler riprendere le fila dell’antico, fertile dialogo rinascimentale con la minuziosa pittura fiamminga.
Durante la conferenza stampa un riferimento all’arte olfattiva non passa inosservato o, per meglio dire, inudito (è un principio di deragliamento dei sensi: questa mostra sta lasciando il segno! Che Rimbaud ci assista!). Chiediamo, in merito, lumi alla premurosa Melania Rossi che, di nuovo, ci viene in soccorso: «C’è un artista belga, Peter de Cupere, che lavora proprio sull’arte olfattiva, e c’è qua esposto un suo autoritratto…eccolo!» – raggiungiamo prontamente il dipinto – «è un monocromo nero, uno strip scratch and sniff painting, cioè un dipinto che va grattato con le mani, ed emana quindi un profumo… dunque è proprio un’opera che va toccata, con cui bisogna interagire, e l’artista lavora inserendovi delle essenze per comunicare emozioni, stati d’animo, idee». Nel frattempo l’artista ci raggiunge e, con un sorriso gioviale, estrae da una sacca alcuni flaconcini di essenze – le stesse con cui profuma le sue opere – e ce ne fa generoso dono. Non possiamo congedarci da questa simpatica mostra prima di aver grattato e annusato il fragrante autoritratto, quale atto di modesto ma sentito omaggio, al naso.
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