Rosa Panaro, veduta della mostra, Galleria Tiziana di Caro, Napoli, 2026, ph. Danilo Donzelli
Ingrandimenti e riduzioni di una materia mobile come le affilate mani di una fiamma, fratture etiche ed estetiche di profili frastagliati: questi alcuni degli elementi più frequenti nelle cartapeste di Rosa Panaro (Casal di Principe, 1935 – Napoli, 2022), artista che ha saputo inoculare veleni e antidoti nell’addome irrequieto dei propri archetipi, innescando dirompenti ed energiche reazioni, tra identità divise e moltiplicati mutamenti. In mostra fino al 21 marzo 2026, per la prima volta negli spazi della Galleria Tiziana di Caro, la personale dell’artista che tra i sentieri di Napoli ha vissuto e intrecciato sperimentazioni e attivismo.
Proprio tra le strade del centro storico, guardando alla scultura Tardo Barocca, Rosa Panaro riscopre la versatilità di un materiale privo di “intermediari”, la cartapesta, «Che lei può creare e manipolare dall’inizio alla fine in piena libertà e senza intromissioni». Una materia che sembra custodire nei propri rilievi l’energia che corrisponde all’impegno civile dell’artista: Rosa Panaro aderisce negli anni Settanta al movimento Femminista, a cu rimarrà legata per tutta la vita.
Proprio come nella libera e autonoma modellatura della cartapesta, così interviene su simboli e significati, restituendo loro forme nuove e sincere, immuni ai regolamenti e alle aspettative. In questo modo, l’artista produce evasioni e ri-abitazioni tanto nei confronti di alcuni simboli del femminile quanto, in pieno spirito intersezionale, nei confronti di altre entità, permettendo loro di gridare il dolore e la rabbia, partecipando all’unisono — in cui pure emergono le specificità di ogni rancore — di una lotta sempre più ampia e partecipata.
Si tratta, ad esempio, di figure come La colomba della pace incazzata (1990), in cui l’emblema universale della pace porta in superficie il proprio fallimento, dando corpo all’ira come unica risposta possibile alla retorica che ne ha svuotato la presenza e ne ha annerito la purezza.
Ed è dello stesso e venefico colore l’impasto paralizzante che soffoca il Cormocatrame (2003), un grande cormorano supino con il becco spalancato e la lingua ricoperta di pece, personificando un manifesto ecologico formulato prima ancora che l’urgenza si stemperasse nella desensibilizzazione del presente. Tuttavia, il cormorano stringe tra le zampe un melograno, simbolo di prosperità e fertilità perché, nelle opere di Rosa Panaro, anche il più indifeso e violentato bagliore di potenziale rinnovamento, resiste alla vischiosa e fuligginosa corrente delle torbide acque del controllo.
Ricorrente nella mostra è anche il gruppo delle Salamandre, esposto attraverso sculture realizzate in vari periodi dall’artista – dalla Salamandra apotropaica (2000) alla Salamandra patafisica dello stesso periodo, fino a un esemplare della serie del 2013. L’anfibio immune al fuoco, capace di rinnovarsi, attraversa gli anni come una presenza che trova nel bestiario di Rosa Panaro una fisicità cromatica, un peso e una fiera allegria. Tutte le salamandre si arrampicano sulle pareti della galleria, come agili e furbe guardiane, proteggendo la propria “eccentricità” e invitando a fuggire ogni mimetizzazione.
In apertura, vi è Farfalla (Le ali della libertà) (1996), una scultura insolitamente ingrandita rispetto agli altri lavori dell’artista — 154 centimetri di apertura — in cui la mutazione come «Tensione verso la bellezza» occupa fisicamente lo spazio senza ricorrere a una semplice allusione. È un’opera che sintetizza in modo puntuale il ruolo che la dimensione riveste nella produzione di Rosa Panaro, divenendo una caratteristica mai neutrale ma funzionale a rafforzare una precisa poetica visiva. La grandezza, la verticalità e il movimento delle sculture ne rafforza la vitalità, cattura la percezione e rende tangibile la trasformazione. Ogni lacuna nei materiali, ogni profilo irregolare, si interseca con l’aria e le pareti, fino a tessere un inevitabile legame con lo sguardo, impedendo allo spettatore di rimanere a distanza di sicurezza e costringendo, invece, a contemplare il fondale dei significati e della materia.
Alle cartapeste si affiancano anche alcuni bronzi che mostrano figure femminili provenienti dall’immaginario mitico e religioso. Lilith (bronzo, anni Ottanta) e Partenope Vesuvio (bronzo) condividono lo spazio con la Madonna con bambino (bronzo, 1987), poi con Volo di Lilith Partenope (cartapesta, 1990-1995) e Lilith con burka (cartapesta, anni Novanta): la prima donna creata dal fango, la sirena su cui Napoli si fonda, l’emblema della purezza cristiana, il velo che copre soltanto il volto come forma inefficace di contenimento – tutti soggetti che Panaro tratta con la stessa libertà di movimento, senza che il mito irrigidisca la cronaca né la cronaca consumi il mito.
È proprio questa la qualità che la personale alla Galleria Tiziana Di Caro permette di misurare per la prima volta: la tenuta di una ricerca che ha attraversato cinque decenni senza perdere in intensità né in ironia, e la cui riscoperta – già in atto al Museo Madre, dove Panaro figura tra gli artisti de Gli anni. Capitolo 2 – trova qui uno spazio in cui le opere si mostrano nella loro interezza, dispiegando il vocabolario di un linguaggio necessario e ancora urgente.
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