Performing Research, installation view, Complesso Monumentale del San Giovanni, Catanzaro, 2026
Ogni paesaggio è una traccia. Di ciò che è accaduto, di ciò che resiste, di ciò che continua a parlarci anche quando sembra scomparso. Uno degli esiti più significativi del progetto Performing, programma di ricerca promosso dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro nell’ambito delle iniziative di internazionalizzazione sostenute dal PNRR, è la mostra Performing Research, che restituisce al pubblico il processo di indagine sviluppato negli ultimi mesi dai cinque artisti invitati – Elena Bellantoni, Simone Bergantini, Matilde De Feo, Luana Perilli e Fabio Sandri – con la curatela di Simona Caramia.
Più che un’esposizione tradizionale, il progetto si configura come un dispositivo di riflessione sulla ricerca artistica come pratica conoscitiva. Non semplicemente opere finite, ma esiti provvisori di percorsi di studio, crocevia territoriali e sperimentazioni linguistiche. In questo senso, Performing Research mette in scena la dimensione processuale dell’arte contemporanea, dove il lavoro dell’artista si configura come una forma di indagine capace di intrecciare contesto sociale, paesaggio e memoria. Transitando tra le diverse ricerche emerge in modo quasi spontaneo il filo rosso inatteso del paesaggio, visto non come semplice sfondo, ma come campo di tensione culturale e simbolica, luogo in cui si sedimentano storie, conflitti e trasformazioni.
È evidente nel progetto di Luana Perilli, che si sviluppa con una traversata delle comunità appenniniche, dove il paesaggio diventa spazio di relazione e di ascolto, e nella ricerca di Elena Bellantoni, che indaga territori aspri e marginali con il progetto RUINATE: Donne Ribelli, dove il paesaggio diventa il punto di partenza per una riflessione politica e culturale che intreccia territorio, memoria e identità femminile. Il termine ruinate è un neologismo che unisce due significati, da un lato richiama la “rovina” – nel dialetto calabrese – dall’altro suggerisce la possibilità di una rinascita. Le ruinate sono donne provenienti da territori aspri e difficili che hanno scelto di ribellarsi alle condizioni di marginalità e alle strutture di potere che attraversano i loro contesti di vita. Il progetto costruisce così una narrazione corale che mette in relazione paesaggio e biografia, facendo emergere storie di resistenza femminile nei confronti del patriarcato, della violenza e delle dinamiche di controllo sociale.
Accanto a questa ricerca si colloca il lavoro di Matilde De Feo, Fortunata, un progetto che affronta il rapporto tra paesaggio, linguaggio e tecnologia attraverso una dimensione sperimentale e interattiva. L’opera nasce come un alfabeto generativo video e corporeo, sviluppato nell’ambito della ricerca Amménte, che indaga il paesaggio calabrese dall’Aspromonte allo Stretto attraverso nuovi dispositivi performativi e linguistici. Il lavoro mette in dialogo corpo, parola e intelligenza artificiale. Un sistema basato su modelli linguistici genera continuamente nuove combinazioni di parole legate al territorio, che prendono forma attraverso corpi in movimento e immagini video. In questo processo il linguaggio diventa materia viva, capace di ridefinire continuamente il paesaggio e le sue narrazioni. L’opera assume così la forma di un dispositivo aperto, in cui lo spettatore può interagire con il sistema e contribuire alla generazione di nuove parole e significati, trasformando il paesaggio in uno spazio dinamico di relazione tra memoria, tecnologia e immaginazione.
Su un terreno diverso ma complementare si muove la ricerca di Simone Bergantini, che affronta il paesaggio come spazio di interrogazione sul linguaggio fotografico. Nel progetto Landscape for Ghosts il deserto diventa il luogo di una presenza ambigua, un fantasma che attraversa le immagini e ne destabilizza la funzione documentaria. La figura spettrale, sospesa tra apparizione e scomparsa, diventa il dispositivo attraverso cui interrogare la natura indicale della fotografia, cioè la sua capacità di registrare ciò che è stato, ciò che ha lasciato una traccia davanti all’obiettivo. Il fantasma, in questo caso, non è soltanto un elemento narrativo ma anche una dimensione intima del lavoro. La fotografia diventa così uno spazio di confronto con ciò che non è più presente ma continua a manifestarsi sotto forma di memoria o di segno. In questo slittamento tra presenza e mancanza, tra visibile e invisibile, il paesaggio fotografico diventa il luogo in cui la fotografia stessa rivela la propria natura di traccia, testimonianza fragile di un momento ormai trascorso.
Anche il lavoro di Fabio Sandri, curato da Luca Panaro, si confronta con la dimensione materiale e temporale dell’immagine fotografica, ma lo fa con una pratica radicalmente performativa. Le sue opere nascono infatti da un gesto che trasforma il dispositivo fotografico in azione fisica nello spazio, un processo che l’artista definisce “infrafotogramma”, una modalità di registrazione che impressiona direttamente la superficie sensibile attraverso la presenza dell’ambiente circostante. Ciò che emerge non è l’immagine di un soggetto ma la traccia luminosa di un evento, l’impronta di un tempo e di uno spazio che si depositano sulla materia fotografica. La fotografia si libera dalla funzione rappresentativa per diventare esperienza diretta, corpo che registra il mondo e lascia emergere il tema della traccia come elemento centrale, non più immagine di qualcosa, ma impronta di ciò che è accaduto.
Nel loro insieme, le ricerche presentate nella mostra Performing Research delineano un panorama articolato di pratiche che interrogano il rapporto tra immagine, territorio e memoria. Il paesaggio di traghettamento dagli artisti – fisico, sociale o simbolico – diventa il luogo in cui si depositano storie individuali e collettive, trasformando la ricerca artistica in una forma di esplorazione del presente. Più che offrire risposte definitive, la mostra sembra suggerire la possibilità di intendere l’arte come uno spazio di indagine aperto, capace di mettere in relazione esperienza personale, contesto geografico e riflessione critica. Un territorio in cui, come accade nelle immagini di Bergantini, anche i fantasmi possono continuare a camminare accanto a noi.
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