Quanto Bentivoglio?, Mirella Bentivoglio. La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Per celebrare i cent’anni di Mirella Bentivoglio la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospita “Quanto Bentivoglio?”, mostra curata da Nicoletta Boschiero e realizzata in collaborazione con l’Archivio Mirella Bentivoglio, proponendo un considerevole numero di opere, alcune delle quali inedite accanto ad altre famosissime.
Mirella Bertarelli decise di cambiare il suo cognome assumendo, nel 1958, quello del marito, Ludovico Matteo Bentivoglio, sposato nel 1949. Il titolo della mostra “Quanto Bentivoglio?” evoca la citazione del cognome dell’artista, la cui adozione, anche per la sua attività artistica, fu dettata dal significato amoroso, di quel nome volto a una captatio benevolentiae: se io ben ti voglio, tu che fai?, puoi non volermene?
Cento opere illustrano il percorso di un’artista, curatrice, poetessa, performer e molto altro, che si è sempre posta in relazione con l’altro: il compagno di viaggio, l’interlocutore, il visitatore, il lettore del catalogo, il recensore. In un importante nucleo di opere degli anni Settanta il monosillabo ‘io’ – che è parte del nome, è spesso protagonista come monogramma isolato o all’internodi altre parole: in “Grovigl/io”, nel “Mimetismo” del 1971, in “La firma” e “Io”, del 1973. L’artista scopre le sue intenzioni, i tanti ruoli che vuole interpretare con fermezza e intuito. Altre opere hanno come tema la negazione: “Diva – no”, del 1973, “Non sono etichettabile”, la serigrafia “Società di massa” (1969), ove compare la parola ‘NOi’, a raffigurare l’incompatibilità dell’io a immedesimarsi con la massa, ripresa in “Reticoli”, con ‘NOI-a’ descrive l’ironica condizione di un noi non sempre condiviso.
Un capitolo a parte è dedicato alla poesia concreta con “Gabbia (Ho)”, del 1966, dove l’opposizione tra la lettera H muta e la lettera O mette in risalto la dimensione astratta dell’avere con quella concreta dell’essere. Le H sono la struttura che l’uomo ha dato alla propria esistenza. Alcune opere esposte appartengono invece alla sfera dello strumento per smontare il meccanismo della cultura ufficiale, ribaltando modelli stabiliti per ridefinire la propria identità. Tra tutte “Monumento” realizzata nel 1966 ma poi edita in una cartella con sei litografie nel 1968 col titolo “Storia di un monumento”. Nel 1967 concepisce “Futurofu” e “Fonopoesia per tromba”, entrambe episodi sonori, interpretati mediante gesti, declamati con la voce o attraverso uno strumento. Sono opere che grazie alle istruzioni diventano non solo da vedere ma anche da sentire.
Al novero femminista appartengono “Ti amo”, dove l’AM che corrisponde al suono di una bocca avidamente pronta a mangiare qualcosa, e “Il cuore della consumatrice ubbidiente”, del 1976, dove Bentivoglio gioca con le due “C” del marchio della Coca Cola, disposte specularmente a comporre un cuore, nel quale si legge la parola ‘oca’, appellativo della compratrice compulsiva, come recita il titolo.
Spazio anche, in chiusura della mostra, alle sculture di grandi dimensioni. Il progetto delle E, nate graficamente nel 1973, diventate tridimensionali dal 1977 e poi oggetti dal 1978. La E è il rapporto, la pluralità, “E” è “Anche”, E è il risultato di un rapporto aperto e paritetico con l’altro. Come anche “Le obliquità stabilizzate”, “Mutilazione per accentuazione”, “La doppia valenza”, “La congiunzione felice”, sculture in travertino realizzate nel 1978 e donate nel 2013 alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea. E infine “L’Ovo” (1976), una struttura simbolica provvista di uno scheletro di legno e cemento ricoperto da pietre, presentato in mostra nella versione del 1992 “Hyper ovum spaziale” appartenente alla collezione veneziana di Ca’ Pesaro.
I cambiamenti di materia, di titolo, le trasformazioni proposte nel tempo ci sorprendono riportando in auge la relazione tra la parola e l’azione nell’arte comportamentale. Ecco, “Quanto Bentivoglio” – di nome e di fatto – ci offre una sorta di bilancio sul funzionamento della relazione. L’interrogativo lascia la questione in sospeso.
Come quando si chiede: “quanto mi vuoi bene?” e la risposta è “tanto così” allargando le braccia.
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