A Trastevere, nel cuore di uno dei più vivaci rioni di Roma, tra ristoranti, bar e botteghe artigiane, emerge un piccolo spazio, la Stamperia Ripa 69, in via San Francesco a Ripa 69. In questo luogo, come per magia, sembra di tornare indietro nel tempo per vivere il fascino di un angolo in cui gli artisti, usciti dall’accademia, si lasciano andare all’atto creativo sporcandosi ancora le mani. Qui, dove la tradizione difende la tecnica, Giorgia Pilozzi espone le sue opere.
Classe 1985, la Pilozzi si è diplomata all’Accademia di Belle Arti prima in pittura (2010) e poi in grafica d’arte (2013). Proprio dalla grafica d’arte e dall’incisione muove la sua ricerca attuale. Acquaforte, acquatinta, lavis, linoleografia, incisione, utilizzo del torchio e impressione della matrice, sono alcuni degli strumenti che la Pilozzi sperimenta con attenzione, cura e passione costanti, padroneggiando magistralmente le tecniche di una tradizione lontana.
I suoi soggetti, animali e fiere selvatiche, sono un inno alle forme libere e selvagge della natura. Appartengono ad un mondo antico e atavico in cui l’istinto – quello più profondo e puro -, in lotta con la razionalità, prende il sopravvento, plasmando un linguaggio artistico in bilico tra modernità e forme primordiali di “ante-civiltà”.
La scelta dei colori terrosi, nella maggior parte dei lavori, richiama alla mente le prime colorazioni naturali di segni e impronte paleolitiche. Il sapiente gioco di luci ed ombre evoca la penombra e le profondità ancestrali di antri e caverne dove i primi uomini, al riparo dai pericoli del mondo esterno, lasciavano le prime tracce di sé.
Pilozzi torna indietro per andare avanti, per andare oltre, recuperando quel primo modo di comunicare, quelle forme che ci raccontano un’arte degli inizi che ancora prima di essere arte era racconto e resoconto di vita, indispensabile ed essenziale. Segni di comunicazione. Impronte di immortalità. Scene di caos primordiale, di ritmi concitati, feroci, selvaggi e ‘graffianti’, alternate a scene di grande calma e a precisi schemi, racchiudono e raccontano la natura stessa, le sue geometrie e le sue anatomie, cariche di trasporto e ‘pathos’ intuitivo, linee essenziali della creazione demiurgica.
Le opere di Giorgia Pilozzi sono racconto, condivisione, evocazione di un mondo selvaggio e sublime, antico e presente. Un inno al ricordo collettivo e primordiale di quella matrice istintuale, profonda ed inconscia che da sempre ha accompagnato l’essere umano rendendolo una creatura tra le creature, un tutt’uno con il ‘brodo primordiale’ di caos e calma, di sottilissimi e perfetti equilibri che sono in sé, l’essenza stessa della creazione. I suoi animali, come uno specchio, fanno riemergere la parte più profonda e primitiva di noi, spesso repressa in nome di una razionalità innaturale.
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