Installation view, Satine, Venice, 2026. Photo: Filippo Rossi / Marco Cappelletti Studio
Lo spazio di Satine, a Venezia, è simile ad un piccolo scrigno, ma dalle pareti tappezzate non dalla morbidezza del velluto quanto piuttosto dal calore industriale del compensato. Un ambiente raccolto, che richiede esposizioni altrettanto raccolte. Eppure, a Venezia, le misure non contano: lo dimostrano sia spazi indipendenti come Panorama e Aarduork —incastonati nell’intricato labirinto di calli che è la città di laguna— quanto gallerie commerciali come Mare Karina, dove la qualità dei progetti è di casa.
La galleria Satine, che ha aperto qui la sua sede nel maggio dell’anno scorso, sembra inserirsi a pieno merito in questo filone: mostre intime e dai dettagli curati, che riescono a farsi spazio nel ricco calendario veneziano. Almeno, questo è quello che ci è parso visitando la mostra Bugie, personale dell’artista e designer romana Valentina Cameranesi Sgroi, accompagnata da un testo di Anna Franceschini.
La mostra in questione è tutta un susseguirsi di superfici ingannevoli e oggetti seducenti: di bugie, appunto. In primis, il paravento-cancello che campeggia al centro dello spazio: un oggetto che sembra uscito —un po’ come tutte le creazioni qui presentate— dalla casa del Cappellaio di Lewis Carroll. Qui il rame sembra diventare cartoncino nel suo arrampicarsi e piegarsi sulla struttura metallica che lo sorregge: un cortocircuito lezioso e patinato, che riappare in tutta l’esposizione. Ma più che semplice gioco formale, questa instabilità materica introduce una piccola frattura percettiva: ciò che vediamo non coincide mai del tutto con ciò che è.
Ne sono un esempio i tavolini di rame, dalle gambe lunghe e sottili: hanno superfici pastellate, dove lo smalto trattiene, nella fase di cottura, il motivo sbiadito di un foulard di seta. E poi ancora: la mensola dove il rame si incrina come se fosse ceramica; una piccola scultura azzurro chiaro, posata su una torre di scatole, che lascia uscire un tripudio di fascette in viscosa; nastri di vetro e un bicchiere cristallino che sembra più una rosa appena sbocciata che un oggetto da cui bere. Nei lavori presentati da Satine, ogni elemento sembra tradire la propria funzione, o meglio: sospenderla, lasciandola in uno stato di piacevole latenza.
A questa grammatica dell’inganno appartiene anche un intreccio di nastri satinati, che la Cameranesi dispose in trame fitte e irregolari che ricordano, da lontano, tanto la tessitura quanto una sorta di armatura morbida. Colori pastello —azzurri, rosa, aranciati— si alternano a inserti più scuri, mentre piccoli elementi ondulati sembrano insinuarsi tra le bande come interferenze minime.
Per comprendere questo insieme di illusioni eleganti, arriva in soccorso una frase di Fleur Jaeggy, suggerita dall’artista e riportata nel testo della Franceschini: «Il futuro erano i cancelli che si aprivano e i muri che diventavano tappeti». Una dialettica del continuo mutare, dunque, dove ogni materiale può trasformarsi in qualcos’altro proprio davanti ai nostri occhi, o sotto il nostro tatto. Ma c’è di più: in questa trasformazione costante, anche lo spettatore è chiamato a rinegoziare la propria posizione e guardare non basta più; bisogna dubitare, avvicinarsi e verificare in proprio persona di non essere stati tratti in inganno.
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