Benni Bosetto, Tango (II version), 2026. Performance and installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026. Produced by Pirelli HangarBicocca Courtesy the artist and Pirelli HangarBicocca, Milan. Photo Agostino Osio
È Rebecca il nome con cui l’artista Benni Bosetto battezza lo spazio domestico, ontologicamente femminile, che prende forma in modo totalizzante negli spazi dello Shed di Pirelli Hangar Bicocca a Milano, sua città d’origine. L’architettura, in ogni sua direzione, si trasforma in una casa morbida, molle e accogliente, edificata per accogliere un immaginario onirico, erotico e surreale. A cura di Fiammetta Griccioli e in corso fino al 19 luglio 2026, Rebecca è corpo, è desiderio, sessualità e vulnerabilità, è un organismo fatto di corpi e non di muri, che si nutre di fonti letterarie, antropologiche, popolari, cinematografiche, dalla tradizione psicoanalitica, di danza e storia dell’arte. Il fare artistico di Bosetto prende forma dal disegno, gesto che ne comanda la pratica sin dagli inizi, da gesti certosini e un fare artigianale.
Chi è Rebecca? Il titolo si ispira all’omonimo romanzo gotico-psicologico del 1938 a firma della drammaturga inglese Daphne du Maurier, in cui una tenuta in Cornovaglia conserva la memoria della donna defunta che l’abitava (dal romanzo Hitchcock trae il film Rebecca. La prima moglie del 1940). La sua presenza spiritica perturba e ossessiona gli abitanti e le loro relazioni, in una casa che è quasi corpo, quasi organo, che trattiene il ricordo di un passato presente.
Per Bosetto lavorare sull’architettura, umanizzando l’intero ambiente, è stata un’urgenza reale: «Quest’anno, all’improvviso, ho perso la mia casa e tutti i miei oggetti al suo interno. Tutte le mie cose, tutti i miei abiti. È stato come perdere un organo, una estensione naturale del mio corpo, uno spazio dove potevo essere davvero me stessa. Non esiste una creazione fantastica senza un senso di sicurezza di base: Rebecca è uno spazio in cui è consentito immaginare liberamente».
L’intervento monumentale, dai toni terrosi e carnali, si articola in tre ambienti interconnessi, la Guancia, la Pancia e il Cuore, parti anatomiche reattive e sensibili. All’interno sono allestite opere realizzate create appositamente per la mostra, accanto a installazioni e performance passate che interrogano la memoria e il rito, l’amore e la cura, la costrizione e la libertà, concetti che risuonano tanto nel corpo individuale quanto in quello collettivo.
L’intervento totalizzante di Bosetto inizia attraversando la Bocca, ingresso composto da un tessuto squamoso e un grande occhio, che ci conduce all’interno della casa e del suo perimetro “cellulare” e avvolgente. I muri sono rivestiti da Le Cellule, quasi 300 chilometri di fogli di carta da parati disegnate a mano da Bosetto sui toni ocra e mattone, come superfici vive di un corpo femminile. I soggetti delle Cellule, come racconta l’artista, raffigurano principalmente fiori di piante infestanti, intossicanti, piante considerati nemiche e scomode, affiancate da specie vegetali afrodisiache, divenute soggetti di fantasie erotiche.
La Guancia, nella navata destra, è concepita come uno spazio libero di contemplazione collettiva, un confessionale per la liberazione e il riposo. La guancia comprende il Corridoio Orgonico, termine coniato dallo psichiatra Wilhelm Reich a inizio Novecento per indicare un impulso primario, in cui sono posizionati vari oggetti di decoro, sculture, tappeti e ceramiche fatte a mano da Bosetto, insieme a sedie, intese come strumenti psicologici di autoconfinamento, e mobili di design (tra cui pezzi di Riccardo Banfi e del duo Cuoghi Corsello).
Il centro dello spazio è occupato massivamente da La Pancia, spazio di metamorfosi e trasformazione, legato per tradizione all’istinto e all’impulso. Al suo interno, passiamo attraverso la nuova serie Le Porte del 2026, nove sculture disseminate sul pavimento orizzontalmente come pozzi, oracoli o sarcofagi, presenti come micro ambienti narrativi. L’atmosfera prende spunto dal thriller gotico Dietro la porta chiusa del 1947 di Fritz Lang, e ogni porta è ispirata da una suggestione cinematografica o letteraria: La principessa sul pisello di Andersen, Leonora Carrington, il concetto di “guscio” concepito da Gaston Bachelard, il film Una cena quasi perfetta del 1995 di Stacy Title, l’horror L’attacco dei Pomodori assassini del 1978 del regista John De Bello. O ancora, Gli invasati di Robert Wise del 1963, in cui le porte sembrano avere vita proprie come fossero canali attraverso i quali la casa comunica con chi li abita.
Il Cuore, nella navata sinistra, è il centro pulsante, la stanza dedicata all’organo delle pulsioni emotive quali l’amore e l’infatuazione. All’interno si trova la performance installativa Tango (II version), per la prima volta presentata nel 2024 al Castello di Rivoli, che riflette sull’innamoramento come processo di intossicazione, sui clichè delle passioni e la loro fisicità. Nel Cuore Bosetto ricostruisce una milonga in cui i performer ballano un tango ciclico e cadenzato, obbligati a indossare delle strane maschere raffiguranti animali e piante e ribaltando così l’accezione sensuale che si associa spesso a questo ballo argentino. «L’amore è anche imperfezione e malattia, che scorre nel corpo in modo parassitico, e lo trasforma», racconta Bosetto. «Il tango è la rappresentazione di una forma razionale e delle sue regole patriarcali e tossiche. Per dare un glitch a queste sovrastrutture ho giocato con il dramma della danza argentina, per parlare di un amore realmente collettivo e universale». Per Bosetto, ex ballerina classica, la danza è un linguaggio d’affezione, una dimensione di espansione per lo studio del corpo e dello spazio.
La Rebecca di Bosetto è una casa di relazioni, “un antidoto alla solitudine”, che accoglie una comunità interspecie e non antropocentrica, con tutte le sue bellezze e imperfezioni emozionali, intime e private. La casa, nei suoi ornamenti e decori, è l’esito della devozione che riponiamo nel costruire il nostro riparo dall’incalzare pressante del tempo lineare, ritrovando equilibrio.
«Mentre ero là, silenziosa e immobile, avrei giurato che la casa non era una vuota conchiglia, ma viveva e respirava come una volta». Rebecca la prima moglie, Daphne Du Maurier, 1938.
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