Patrick Tuttofuoco, Space Time (Honolulu), 2019. Luce al neon e supporto in acciaio, 290 Ă 140 Ă 7 cm. Veduta dell'opera nell'ambito della mostra Senza mai sfiorire. DensitĂ e leggerezza nella scultura italiana contemporanea, a cura di Saverio Verini, Palazzo Collicola, Spoleto. Courtesy: lâartista e Federica Schiavo Gallery. Foto: Giuliano Vaccai
La mostra Senza mai sfiorire. DensitĂ e leggerezza nella scultura italiana contemporanea inaugura un nuovo capitolo del lungo sodalizio tra Spoleto e il linguaggio scultoreo, chiaramente visibile sia nel profilo artistico della collezione museale ubicata a Palazzo Collicola, sia nel profilo urbano dallâistante in cui si arriva in cittĂ . Il Teodolapio di Alexander Calder, lascito della celebre manifestazione del â62 Sculture nella cittĂ , accoglie, monumentale, il viaggiatore appena uscito dalla stazione ferroviaria.
ÂŤFin dallâinizio del mio incarico mi è sembrato fisiologico concentrare lâattenzione su un mezzo espressivo â la scultura, appunto â che è nel DNA della cittĂ da molti decenni; dallâesperienza pionieristica di Giovanni Carandente e della âsuaâ Sculture nella cittĂ , ma anche grazie alla presenza di una figura come Leoncillo, tra i piĂš importanti interpreti del linguaggio plastico del XX secolo e spoletino di nascitaÂť, ci spiega Saverio Verini, direttore dei Musei Civici e curatore della mostra visitabile al Piano Nobile di Palazzo Collicola fino al 23 febbraio. ÂŤDa allora le cose sono cambiate molto, nellâarte e anche nella scultura. Per questo, mi sembrava interessante una ricognizione su quella che ancora oggi â nonostante tutte le trasformazioni occorse â si può continuare a chiamare âsculturaâ, attraverso rassegne di carattere generazionaleÂť.
Nel 2023, Verini aveva proposto una prima mostra sulla scultura italiana dal titolo La sostanza agitata, che aveva riunito le opere plastiche e installative di 11 artisti emergenti sotto i 35 anni. Senza mai sfiorire segue il suddetto filone generazionale proponendo le pratiche di 12 artisti nati negli anni â70: Giorgio Andreotta Calò, Francesco Arena, Micol AssaĂŤl, Francesco Barocco, Rossella Biscotti, Francesco Carone, Sara Enrico, Giovanni Kronenberg, Marzia Migliora, Fabrizio Prevedello, Giovanni Termini, Patrick Tuttofuoco.
Come nel caso della mostra del â23, anche questâanno lâattenta curatela di Verini installa unâopera per ogni stanza, un allestimento di ampio respiro che valorizza le specificitĂ espressive rispetto sia al medium sia alla curvatura che ogni lavoro propone sul tema generale della mostra. Un discorso collettivo che trova anche consonanza con gli ambienti: ÂŤLo spazio è stato sicuramente fondamentale nellâorientare la selezione dei lavori. Gli ambienti del Piano Nobile mi hanno suggerito molte scelte e accostamenti, spesso dettati da corrispondenze e analogie tra lâopera e la stanza che la accoglieÂť, ci spiega il direttore.
Durante la visita si scovano, non senza un certo piacere per la ricerca, i sottili legami che le opere creano con lâintorno. Ad accogliere il visitatore, nella Sala dâonore, spicca Rosone (186) (2017) di Fabrizio Prevedello, che marca simbolicamente lâingresso basilicale allâesposizione e suggerisce, con la sua forma, di guardare allo stratagemma rappresentativo escogitato dal pittore moderno Guidobaldo Abbatini alle pareti: la pianta di Spoleto, circolare come lâopera di Prevedello, emerge dalle mura della cittĂ in prospettiva.
Le sculture di Giorgio Andreotta Calò, dal titolo Scolpire il tempo (2010), bronzee bricole veneziane consumate dal tempo, risuonano nello spazio boschivo di un grande arazzo. Circoscritta (2016-24) di Giovanni Termini letteralmente circoscrive un cerchio nel quadrato quasi perfetto della Sala degli specchi; e anche lâarpione incastonato nella salgemma di Prey (2020), opera di Marzia Migliora, diviene scettro nellâopera retrostante.
Nellâapprofondire con Verini il processo di genesi della mostra, ci siamo poi mossi sui caratteri che unificano le diverse opere. Una prima interpretazione ce lâaveva fornita la dialettica insita nel titolo: la connotazione eterna evocata dal âsenza maiâ e la labilitĂ del fiore che inevitabilmente sfiorisce, confermate poi dalla contrapposizione tra âdensitĂ â e âleggerezzaâ, suggeriscono un linguaggio nel quale convivono elementi opposti.
Il direttore ci racconta di essere partito da artisti di cui ammira profondamente le pratiche e che ben rappresentano la molteplicitĂ di approcci di fronte al medium scultoreo. ÂŤDifferenze â continua â che, tuttavia, trovano un denominatore comune nella coesistenza di due tensioni opposte: da una parte, dei richiami alla tradizione scultorea (una certa monumentalitĂ , lâutilizzo di materiali âclassiciâ come il bronzo e il marmo, il senso di gravitĂ ); dallâaltra, degli elementi che sembrano contraddire quella stessa tradizione, in favore di leggerezza, formati ridotti, impiego di elementi deperibili ed effimeriÂť.
Si veda a questo proposito La serpe (2013-2024) di Carone, nella quale la copia in bronzo della serpe della Atena Giustiniani stritola ed è contornata da palloncini prossimi a sgonfiarsi; i dadi di Micol AssaĂŤl, nei quali il marmo, materiale scultoreo per antonomasia, è ridotto alla grandezza di una zolletta di zucchero; il Senza titolo (2022) di Kronenberg che presenta un cuscino sormontato, come fosse una sella, dalla spalla di unâarmatura del XVIII secolo, che stempera il carattere epico nella morbidezza del suo cavallo.
Senza mai sfiorire riesce a gettare luce sulle sensibilitĂ generazionali che, seppur con sostanziali specificitĂ , mostrano approcci comuni. ÂŤRispetto a La sostanza agitata â commenta Verini â Senza mai sfiorire mi sembra manifestare, in alcuni casi, un legame maggiore con la tradizione âformaleâ degli artisti italiani degli anni Sessanta e Settanta. In questa affinitĂ , per certi versi fisiologica, sento tuttavia che le opere in mostra siano meno âdureâ, attraversate da un lirismo piĂš accentuato e, in alcuni casi, persino da una certa ironia.
Come se la spinta âsovversivaâ e âguerriglieraâ (per parafrasare Celant) avesse trovato una strada meno tesa e drammatica, ma non per questo meno radicale o potente negli esiti. Inoltre, trovo, per esempio, che diversi artisti de La sostanza agitata fossero maggiormente animati dalla volontĂ di mettere in discussione lâidea di monumentalitĂ attraverso opere esplicitamente fragili e di piccolo formato o âinterstizialiâ rispetto allo spazio; mentre gli artisti di Senza mai sfiorire mi sembrano ancora saldamente legati allâidea di materiali durevoli e a una presentazione piĂš frontale dellâopera rispetto allo spazio e allâosservatoreÂť.
Insomma una mostra che non solo chiede una visita attenta, ma anche permette unâampia prospettiva, grazie a una ponderata e aggiornata curatela, sugli sviluppi di un linguaggio, quello scultoreo, nel suo continuo intrecciarsi al ricco tessuto artistico spoletino.
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