Da Giuseppe Recco a Henri Fantin-Latour, passando inesorabilmente per Caravaggio, la storia delle arti ha spesso affrontato, in maniera più o meno diretta, la tematica della Natura Morta che, nel corso del tempo, è diventata un vero e proprio genere del tutto autonomo, particolarmente apprezzato, soprattutto dopo il XVII secolo, in gran parte d’Europa. Tanti, dunque, i maestri del passato che hanno dato dignità a un tipo di pittura che ha sempre trovato estimatori – ma anche detrattori – e che proprio a Napoli aveva visto fiorire una stagione rigogliosa, grazie anche alle influenze fiamminghe, francesi e spagnole di cui godeva la città. Non è un caso, di conseguenza, che in questo contesto si inserisca il lavoro di Vittoria Piscitelli, artista napoletana di nascita e formazione, che in maniera similare alla città accoglie, ispeziona e ordina gli stimoli provenienti dai linguaggi più moderni dell’arte internazionale assieme a quelli della storia delle arti visive.
Vittoria Piscitelli, nella sua ricerca, ingloba e padroneggia tecniche storiche dal ricamo al collage, dall’Objets trouvés alla fotografia, mettendole al servizio della sua arte. È così quindi che il suo lavoro incontra le sale storiche del Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli. Museo che presenta una collezione vasta ed eterogenea, fatta di dipinti e sculture dal XVI al XIX secolo (soprattutto legate al Seicento napoletano) ma anche porcellane, maioliche, medaglie, armature, suppellettili e libri rari, un luogo complesso con la quale confrontarsi. In questo ambiente si fondono in maniera armonica 12 nature morte: delicatissimi fiori dai colori intensi che fuoriescono dal buio e che creano un affascinante gioco di luci. Immagini brillanti e d’alta qualità non solo dal punto di vista dei pixel ma anche per quel tipo di ricerca sulla luce che l’artista realizza e porta avanti grazie all’utilizzo di uno scanner piano.
È anche così che un’artista contemporanea si riappropria di una lunga tradizione storica, riadattando le tecnologie che aiutano a ripensare a quel tipo di estetica, di gran moda soprattutto nel Settecento. Le volumetrie dei soggetti e anche i minimi dettagli sono così catturati da uno strumento “freddo” e tecnologico, sapientemente al servizio dell’intelletto umano. A tal proposito il curatore della mostra, Luca Manzo, scrive: «I fiori adagiati sul piano di uno scanner si trasformano in una realtà fatta di pixel che acquisisce la stessa dignità espressiva e la stessa iperrealtà tipicamente fiamminga delle opere di Hyeronimous Galle, Maria Van Oosterwijck ed altri illustri pittori del passato. Attraverso le scannerizzazioni la volumetria dei fiori viene riprodotta chirurgicamente dalla macchina che sa guardare più attentamente dell’uomo post-moderno».
La storia dell’arte e le nuove tecnologie sono dunque il luogo da cui l’artista attinge e da cui prende spunto, un continuo confronto che in questa mostra è indiscutibilmente esplicito. Vittoria Piscitelli è un’artista che volge lo sguardo all’indietro, facendo però avanzare il punto di vista, rivedendo e tornando a vedere.
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