Stuart Ringholt, Verso Pictures, veduta della mostra, Quartz Studio, Torino
In Au-delà de la peinture (1937), Max Ernst pone in svariati modi l’attenzione sulle sperimentazioni e innovazioni che riguardano la tecnica del frottage, descrivendo tra le pagine del testo come questa tecnica potesse diventare un «Mezzo di esplorazione psichica». L’intuizione dell’artista dadaista apre a un’idea di un gesto tecnico che non si limita ad agire solo in superficie ma affonda i meandri più profondi dell’immaginazione, trasformando in questo modo il segno in un varco che dialoga direttamente con l’inconscio. A partire dalla tensione tra dimensione visibile e invisibile dell’opera, osserviamo come questa dialettica prende forma nel lavoro di Stuart Ringholt (Perth, Australia, 1971), presentato nella mostra Verso Pictures, visitabile fino al 10 gennaio presso Quartz Studio di Torino.
L’artista australiano, noto per un approccio materico deciso ed elaborato nella costruzione dei linguaggi visivi, realizza delle opere in cui l’immagine non è mai palesata ma, al contrario, viene costantemente posta in discussione come atto che sottrae il reale per far emergere l’informale.
Il percorso espositivo allestito in galleria prende avvio da un’opera del 2014, nata quando Ringholt decise di realizzare un poster in cui la famiglia reale britannica veniva affiancata a immagini pubblicitarie di armi. Da quel momento, quei codici visivi generati da un’azione multipla — che combina elementi grafici, testi, fotografie, bandiere e loghi di armi — sono stati ripetutamente alterati e ridefiniti come atti di oscuramento e negazione del soggetto originario. Nei suoi lavori emergono paesaggi concettuali che alterano ed esasperano la composizione in un’azione gestuale e radicale, che invita a oltrepassare e considerare la superficie come un luogo di indagine sulla censura, sulle dinamiche di potere e sulla coscienza collettiva.
In mostra, le carte intelate dipinte a inchiostro e organizzate secondo una composizione schematica tripartita, assumono la forma di proiezioni psicanalitiche. Le superfici raccolgono tracce verticali e orizzontali, che disposte con ritmo intermittente, costruiscono scenari sospesi dove la narrazione si dissolve in un campo di possibilità immaginifiche. In questo caso l’azione della sottrazione figurativa diventa un gesto generativo: ciò che viene cancellato lascia spazio a nuove configurazioni, che oscillano tra il sacro, l’organico e il sintetico.
L’opera non offre risposte, ma accoglie alla partecipazione e costruzione di un esercizio di attenzione e consapevolezza. Nella connessione costante tra ciò che appare e ciò che viene negato, Ringholt destabilizza i codici di lettura e visione. La riscrittura diventa un atto politico e poetico insieme, un modo per interrogare il nostro rapporto con le immagini e con il potere che esse esercitano.
La mostra Verso Pictures non chiede allo spettatore di decifrare quei codici ma solo di sostare: ovvero di attraversare la soglia della cancellazione come spazio critico, dove l’immagine si rigenera e il pensiero si apre a nuove possibilità.
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