Silvia Giambrone, Mirror n.41, 2025. In Sub rosa, exhibition view Appartamenti Segreti Doria Pamphilj, foto di Giulia Benni
La pratica di Silvia Giambrone (Agrigento, 1981) attraversa performance, installazione, scultura, video e suono, muovendosi lungo una ricerca puntuale sulle forme più taciute dell’assoggettamento. Il suo lavoro indaga le dinamiche di potere che agiscono in modo silenzioso sul corpo e sull’identità, rendendo visibili tensioni inedite. Nel 2019 riceve il Premio VAF, il più prestigioso riconoscimento per i giovani artisti italiani. Nel 2022 è ambasciatrice di Kaunas, Capitale Europea della Cultura.
Sub Rosa, terza personale dell’artista prodotta da Studio Stefania Miscetti, è stata realizzata con il supporto della Principessa Gesine Pogson Doria Pamphilj e di Don Massimiliano Floridi e porta nelle sale degli Appartamenti Segreti Doria Pamphilj una selezione di opere – sculture, lavori su carta, video – molte delle quali realizzate appositamente per questa occasione.
L’intervista all’artista consente di cogliere con puntualità importanti aspetti dell’articolato progetto ideativo della mostra che si configura come una riflessione sull’intreccio di storie intime e collettive, sui dispositivi simbolici che regolano lo spazio domestico e sulle forme sottili attraverso cui il potere si insinua nella costruzione dell’immaginario.
Negli Appartamenti Segreti, spazi abitati dal Seicento e ancora oggi custodi della dimensione più privata della famiglia Doria Pamphilj, quali suggestioni hanno guidato il modo in cui hai intrecciato la tua ricerca con la stratificazione di tradizioni e convenzioni che definiscono questo luogo?
«Negli Appartamenti Segreti le mie opere trovano una collocazione naturale, perché proprio dell’indagine di luoghi in cui l’addomesticamento passa attraverso il senso del decoro costruito attraverso gli oggetti, si nutre la mia ricerca. Quindi si è trattato per me di una occasione per portare la riflessione sull’addomesticamento da un livello psicanalitico ed intimo ad uno storico. Basti pensare alle case delle bambole, gioco per bambine e bambini che più di tutti ha costruito performativamente l’immaginario del domestico, e che sono ricalcate su ambienti come quello degli appartamenti segreti. Non è la prima volta per me, ho già lavorato alla Reggia di Versailles dove però la riflessione era più prettamente storica perché riguardava la cancel culture, ma il fondamento era lo stesso: rileggere la storia ed il potere attraverso la connivenza tra dimensione estetica e seduzione».
Il titolo della mostra Sub Rosa richiama l’espressione latina: “ciò che viene pronunciato sotto la rosa resta velato”, simbolo di silenzio e riservatezza. In quale misura questa antica eredità ha orientato la tua riflessione sulla costruzione dell’immaginario domestico e sugli aspetti della vita privata che spesso appaiono invisibili o taciuti?
«Riguarda il potere del silenzio. Le tracce lasciate dal silenzio e che noi dobbiamo studiare, interrogare, rintracciare. Riguarda quello che accade nel silenzio, che cresce nel silenzio, che accade perché si nutre precisamente di silenzio. C’è tanto silenzio nelle relazioni di potere. Di silenzi e parole è fatto lo scacchiere del potere, il potere che altro non è che relazione».
Gran parte delle opere in mostra, ideate appositamente per questo progetto, si inseriscono mimeticamente tra gli arredi e gli oggetti personali del Palazzo, immaginari simbolici della famiglia Doria Pamphilj. Come hai calibrato questa scelta affinché i tuoi lavori, pur apparendo familiari, rivelassero quella dissidenza funzionale capace di generare nel visitatore una lieve inquietudine che riattiva la memoria?
«La mimesi è senz’altro l’unico registro possibile per questo tipo di operazione in piena concordanza con la mia ricerca, perché è quello che le opere fanno in questo contesto. Opere che sono oggetti tra gli oggetti, e come gli oggetti che abitano la casa sono già Storia, hanno la funzione di esaltare quello che già accade negli appartamenti, funzionano come casse di risonanza rispetto alle tensioni ambientali, estetiche e storiche di cui tutto è già permeato. A volte lo fanno per analogia e altre per contrappasso, ma l’obiettivo è generare una inquietudine sottile, sgomento e familiarità. Perché come possono in fin dei conti oggetti così violenti risultare così armonici? Questo è il sabotaggio necessario a rilevare le tensioni sottostanti. Così le opere sollevano quesiti che riguardano dalla complicità estetica ai valori etici, politici e storici che il luogo incarna».
La mostra nasce dalla riflessione sull’intreccio di storie personali e Storia. In che modo gli Appartamenti Segreti di Palazzo Doria Pamphilj— luogo in cui la vita privata si è lentamente sedimentata fino a divenire memoria museale — hanno offerto il terreno ideale per far sì che queste due dimensioni, l’intimo e il collettivo, potessero intrecciarsi come fili di un unico racconto, rivelandosi l’una attraverso l’altra?
«Negli Appartamenti Segreti la storia personale è già storia dell’Europa, del potere, del patrimonio e quindi di ciò che è stato considerato nei secoli valore, ma anche dei costumi e delle relazioni che, nella misura in cui riguardano l’assoggettamento e la costruzione dell’identità, creano il terreno dove quel potere possa crescere, esercitarsi, esistere. E quel che mi interessa ancora di più è vedere quali tradimenti, quali resistenze si oppongono a quel potere, perché sempre dove c’è assoggettamento serpeggia la resistenza, sottile, penetrante. È un movimento automatico e simultaneo».
In mostra hai presentato anche il video della performance Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni), tenutasi all’Ospitale di Santa Francesca Romana lo scorso 14 novembre e prodotta da Studio Stefania Miscetti. Il tuo lavoro ha costruito una drammaturgia sul senso del sacro e il suo sviluppo nella storia, attraversando diverse tradizioni e culture. Come hai sviluppato il dialogo tra questa esperienza e la temporalità degli Appartamenti Segreti?
«Le opere allestite dentro gli Appartamenti Segreti prestano la voce a forze che li abitano già, e lo stesso è accaduto all’Ospitale di Santa Francesca Romana, dove ho prestato la voce alla sacralità così vibrante del luogo. In entrambi i luoghi pulsa la sacralità della Storia, una storia che nostro malgrado ci appartiene ancora proprio nel momento in cui ci inquieta, perché non troverebbe posto in noi l’inquietudine se non le avessimo già preparato un nido dentro di noi, ed è il sospetto dell’esistenza fino ad allora sconosciuta di quel nido, quello che più propriamente ci inquieta. Forse è lì che abita il sacro, in quello spazio sempre familiare e sempre inabitabile».
Lo Studio Stefania Miscetti porta avanti da anni una pratica che mette in relazione l’arte contemporanea con la città, i suoi luoghi e le sue architetture. Come si inserisce Sub Rosa in questa storia, e in che modo il dialogo tra la tua ricerca, il patrimonio Doria Pamphilj e il tessuto urbano romano contribuisce a riscrivere o riattivare la memoria del Palazzo nel presente?
«Per come lo abbiamo vissuto e conosciuto, siamo abituati a pensare al Patrimonio come a qualcosa di sovrastante, qualcosa che schiaccia il tempo e lo spazio. Un pianeta fisso in una galassia lontana che ci vede solo come osservatori annichiliti da una ricchezza di cui non siamo quasi più degni. Siamo abituati a considerarci in debito con quel patrimonio per il suo peso storico ed estetico. L’arte contemporanea può rompere questa linearità e questa gerarchia riattivando il patrimonio e vincendo sulla dimensione nostalgica permettendo nuove riflessioni, riscritture e riposizionamenti estetici, filosofici e storici. È una operazione quanto mai necessaria soprattutto politicamente perché non esiste niente fuori dalla Storia che è sempre e innanzitutto storia di relazioni e tocca a noi esplorarle, metterle in questione, riscriverle, ed è una cosa a cui da sempre lo Studio Stefania Miscetti è stato interessato ed è questo che, grazie naturalmente alla collaborazione con la principessa Gesine Pogson Doria Pamphilj e a Massimiliano Floridi, abbiamo fatto con Perché poi sarà troppo tardi (Cinque visioni) e con Sub Rosa».
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