"Help Me" olio su tela 76,5 x 152,5 cm 2015
A Milano, negli spazi di TARA, sarà visitabile dal 12 al 30 settembre 2024, Local Language III, mostra personale di Umesh Shah a cura di Maria Acciaro, dopo le prime due tappe a Venezia, all’Isola di San Servolo, e ancora nella città meneghina. In questa occasione, le opere di Shah entreranno in dialogo con gli ideali di TARA, un’associazione internazionale senza scopo di lucro dedicata all’emancipazione delle donne in tutto il mondo attraverso lo studio del Kundalini, ovvero, nella tradizione tantrica, l’energia divina che risiede in ogni individuo, in forma quiescente.
Artista e professore di Belle Arti presso la Tribhuvan University in Nepal, Shah, nella sua ricerca, ha aperto un ponte tra tradizione e contemporaneità. Cresciuto nel distretto rurale di Sarlahi, al confine tra Nepal e India, l’arta di Shah ha radici nel Mithila, una forma di pittura popolare tramandata dalle donne delle caste Brahman e Kayastha. Fin dall’infanzia, l’artista ha assorbito l’estetica di questa antica tradizione, osservando la nonna mentre decorava i muri di casa con affreschi rituali durante le festività religiose. Le materie prime naturali, come pigmenti vegetali e strumenti semplici come bastoncini di bambù e dita al posto dei pennelli, hanno segnato il suo primo incontro con l’arte, lasciando un’impronta indelebile nella sua pratica artistica.
Nelle sue opere, Shah intreccia elementi del paesaggio rurale del Terai e del Sarlahi con visioni epiche e simboliche, popolando i suoi dipinti di figure surreali e colori vibranti. Cavalli dalle proporzioni fantastiche, divinità dai colori accesi e rimandi a rituali religiosi danno vita a un immaginario in cui la quotidianità si sublima in mitologia. L’intenso rapporto tra uomo, natura e animali permea gran parte della sua produzione artistica, un riflesso di una sensibilità ecologica profondamente radicata nella cultura familiare vegetariana in cui è cresciuto.
Le figure femminili nei dipinti di Shah assumono il ruolo di archetipi, in senso junghiano, ovvero immagini ancestrali e primordiali che emergono dall’inconscio collettivo. Donne e ragazze sono spesso rappresentate nell’atto di liberare animali – uccelli, pesci, agnelli – dalla cattività, simbolizzando una connessione profonda con la libertà e la natura. In questi gesti, Shah ci invita a riconoscere un senso di sacralità intrinseca che va oltre l’iconografia religiosa, elevando le figure femminili a simboli di dignità universale.
La tecnica pittorica di Shah è tanto rigorosa quanto stratificata. Il processo creativo inizia con una visione interiore: una composizione immaginata che viene tradotta sulla tela attraverso un preciso rituale. Dopo aver disegnato la composizione, Shah interviene applicando strati di trementina e colore, che poi mescola con una spatola, quasi scolpendo la pittura sulla superficie. Curiosamente, il pennello, strumento tradizionale, viene utilizzato solo per i tratti iniziali e finali, compresa la firma minimalista che riporta esclusivamente il cognome “Shah”, sottolineando una concezione dell’arte come processo collettivo e spirituale piuttosto che individualista.
Questa mostra rappresenta un nuovo capitolo nella carriera di Shah, che continua a farsi interprete di un’arte che unisce sensibilità estetica e impegno sociale, ponendo la figura femminile e la natura al centro di una riflessione universale ed esplorando ulteriormente il potenziale trasformativo dell’arte come strumento di liberazione e consapevolezza
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