Categorie: Mostre

“time:lapse”: estetiche del tempo disgregato all’A plus A Gallery di Venezia

di - 10 Settembre 2025

«Il tempo si può dimenticare solo servendosene», scriveva Baudelaire nei suoi Journaux Intimes. È con questa epigrafe che si apre time:lapse, collettiva curata dagli studenti della Summer School della School for Curatorial Studies Venice presso A Plus A Gallery, che non parla di nostalgia per un tempo perduto, ma affronta il riconoscimento di un paradosso: viviamo in un’epoca in cui il tempo stesso sembra essersi disarticolato.

Nella condizione contemporanea, segnata dalla pervasività delle tecnologie comunicative, il tempo non segue più una direzione lineare e unitaria, ma si frammenta in una crono-dispersione costellata da micro-eventi simultanei, scroll, notifiche. Jonathan Crary ha descritto questo regime come un “tempo senza notte” colonizzato dalla logica del 24/7, mentre Byung-Chul Han ha diagnosticato una “società della stanchezza” che brucia l’esperienza nel ritmo incessante della prestazione. La mostra time:lapse decide di abitare criticamente questo disorientamento attraverso pratiche artistiche che lo trasformano in strumento creativo, attraversando e decostruendo l’attuale crisi temporale.

Robert Blatt, Book of Hours, 2017, handbound book, sound, 19x10x1.15 cm, time:lapse, 2025, exhibition view, A plus A Gallery, curated by School for Curatorial Studies Venice, ph Clelia Cadamuro.

Le opere esposte riuniscono punti di vista internazionali sul tema, tentando di riscrivere la grammatica temporale. Apre il percorso l’installazione audiovisiva di Roma Bantik, che concepisce il tempo come materia viva che muta e si corrode in una metamorfosi continua e tangibile. In dialogo, il lavoro fotografico di Kensuke Koike racconta come non sia solo la fotografia a rompersi, ma la nostra stessa identità, ridotta a montaggi provvisori di pixel, dati e ricordi manipolati.

Nella sala adiacente, Giovanni Borga prosegue questa riflessione traducendo in installazione meccanica i gesti ossessivi e ripetitivi che rendono il tempo un loop algoritmico, un rituale compulsivo del consumo visivo. Al contrario, Book of Hours di Robert Blatt restituisce una temporalità incarnata nella forma del libro, luogo antico di sedimentazione e dilatazione, qui reinventato come dispositivo interattivo che plasma il tempo in relazione allo spettatore.

A interrompere la logica puramente cognitiva intervengono le opere pittoriche di Camille Theodet, che giocano sull’ambiguità affettiva come materia temporale. È il ritorno di un tempo qualitativo che resiste al calcolo, restituendoci un’esperienza più bergsoniana che cronologica.

time:lapse, 2025, exhibition view, A plus A Gallery, curated by School for Curatorial Studies Venice, ph Clelia Cadamuro

Nell’interstizio della galleria, questa ricerca trova un contrappunto in Blood Moon di Raqs Media Collective. Qui la vibrazione emotiva non si arresta alla superficie, ma si espande in chiave cosmica e corporea, trasformando il passare dei minuti in esperienza viscerale e restituendo al tempo la sua dimensione affettiva e metamorfica.

Il punto più radicale è però la stazione di ricerca al piano superiore, un “conglomerato eteroclito” dove collassano saggi, troll, pubblicità e meme. Non si tratta di un semplice laboratorio interattivo, ma di una discarica dell’inconscio collettivo trattata come scherzo serissimo. Qui la distorsione diventa metodo, resilienza e catalizzatore di cambiamento. La curatela rinuncia alla linearità per rivendicare il caos come pratica critica, restituendo il tempo non come merce ma come durata condivisa.

Lo stesso accade nel programma di proiezioni che si dispiega lungo le otto settimane dell’esposizione, strutturato in loop tematici che ricordano un feed in cui si alternano ripetizione e differenza, accelerazione e pausa. Guardare diventa così esercizio di coscienza e non solo mero consumo.

time:lapse, 2025, exhibition view, A plus A Gallery, curated by School for Curatorial Studies Venice, ph Clelia Cadamuro

Ciò che accomuna queste pratiche è la volontà di incrinare l’imperativo neoliberale della velocità. Non parlano di una via di fuga romantica, quanto di una soft rebellion, mostrando che il tempo può essere reimmaginato, ricombinato, rallentato. Nell’era in cui automazione e intelligenza artificiale riducono l’umano a funzione calcolabile, la questione non è più cos’è il tempo, ma quale tempo ci è concesso vivere.

Benjamin scriveva che «ogni secondo è la porta stretta attraverso cui può entrare il Messia». In time:lapse questa porta non è promessa escatologica, è pratica estetica in cui ogni opera è un varco e ogni loop una possibilità di divergere. Se la velocità ci disumanizza, l’arte ci restituisce intervallo, fatica, lentezza. In questa soglia risiede la necessità di questa mostra: ricordarci che possiamo ancora scegliere (insieme) come abitare il tempo.

time:lapse, 2025, exhibition view, A plus A Gallery, curated by School for Curatorial Studies Venice, ph Clelia Cadamuro

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